PYONGYANG ACCUSA DI CORRUZIONE IL CAPO DELLE FORZE ARMATE: GIUSTIZIATO Il generale sarebbe stato messo a morte per "cospirazione e ricerca di guadagno personale"

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La Corea del Nord torna sulle prime pagine dei giornali dopo la messa in orbita, pochi giorni fa, del suo primo satellite e l’unanime condanna internazionale, Cina compresa. Il governo dei Kim ha giustiziato ieri il capo di Stato maggiore delle forze armate della Corea del Nord, Ri Yong-gil, secondo quanto riferito alcuni media sudcoreani. Il generale sarebbe stato messo a morte per “corruzione, cospirazione e ricerca di guadagno personale”. Ri era finora considerato una figura chiave dell’entourage del leader nordcoreano Kim Jong-un. Il generale è apparso in pubblico l’ultima volta in occasione del test nucleare del 6 gennaio, il quarto eseguito da Pyongyang dal 2013. Ri, alla guida della Korean People’s Army dal 2013 e appena pochi giorni fa sostituito da Ri Myong-su, ex ministro della Sicurezza, è diventato l’ultimo target delle epurazioni del leader Kim Jong-un, usate per consolidare il potere ereditato dal padre Kim Jong-il a dicembre del 2011.

Ufficialmente, la fattispecie dei reati passibili di pena di morte in Corea del Nord sono 5: complotti contro la sovranità dello Stato, terrorismo, alto tradimento contro la patria da parte di cittadini, alto tradimento nei confronti della popolazione e omicidio. La realtà è tuttavia molto diversa, perché la pena di morte è praticata in moltissimi altri casi. Non si conosce il numero esatto di esecuzioni annuali, perché è segreto di stato; peraltro esse non sono mai riportate dai mezzi di comunicazione locali, strettamente controllati dal governo. Numerose sono anche le esecuzioni pubbliche che avvengono nel sistema concentrazionario nordcoreano, che si articola, oltre alle normali carceri, in campi per i prigionieri politici (che pare siano sette) e campi di rieducazione, tra i 15 e i 20. Si stima che i detenuti politici attualmente siano compresi tra le 150 000 e le 200 000 persone. Prigionieri e guardie scappati da questi luoghi li descrivono come veri e propri campi di concentramento, con alte percentuali di detenuti morti ogni anno.

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