SPARISCE PER 30 ANNI E SI FA VIVO QUANDO E’ NEI GUAI

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Chiama dopo trent' anni

“Non potevamo credere alle nostre orecchie”.  Come stupirsi della reazione di Liz Simpson, madre del neozelandese Francis Edward Strange, quando ha ricevuto la telefonata del figlio, scomparso da trent’anni e dato per morto dalla famiglia.

Strange ha chiamato la madre e il fratello a seguito del suo arresto a Nairobi, dove si era trasferito per costruire insieme ad un socio una città mineraria. Nel mezzo del cammino per raggiungere il suo traguardo, Strange è stato trattenuto in carcere con l’accusa di avere rubato oro in una miniera per un valore di 579mila dollari, ha subito maltrattamenti dietro le sbarre ed è stato rilasciato solo a condizione che non lasciasse il Paese.

L’ultima volta che si era fatto sentire dai familiari, tutt’ oggi residenti in Nuova Zelanda, Strange viveva a Sidney, prima di trasferirsi a Tokyo. 

Strange rilascia la sua intervista al quotidiano neozelandese New Zeland Herald e, questa storia che ci lascia attoniti, non fa altro che rimandarci ad un’ineludibile tendenza dell’essere umano: ovvero quella di trattare l’altro come mezzo, non come fine.

Il procacciatore di affari infatti fa sapere che non tornerà dalla famiglia, dato che preferisce proseguire i propri progetti di investimento in Kenya, si è quindi rivolto ai suoi “cari” in un momento di bisogno, per proseguire poi la propria strada in solitudine.

Insomma la splendida morale kantiana, razionale ed autonoma, che ci ammonisce ad utilizzare l’altro sempre come fine, a prescindere da necessità contingenti, sembra davvero ignorata dal recidivo protagonista di questa storia, e forse non solo.

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