BERGOGLIO: “COSTRUIAMO PONTI, I MURI PRIMA O POI CROLLANO” Il Pontefice è stato intervistato dal Corriere della Sera: "Felicissimo dell'incontro Kirill. L'Europa è come la moglie di Abramo"

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Massimo Franco, giornalista del Corriere della Sera, ha pubblicato una lunga intervista a Papa Francesco alla vigilia del faccia a faccia storico che avverrà il 12 febbraio a Cuba con il Patriarca russo Kirill. “Sono felicissimo” risponde Francesco quando gli viene chiesto di commentare il prossimo incontro con il Patriarca ortodosso Kirill. Il Papa ha detto di aver guidato e seguito le trattative in modo umile: “Io ho lasciato fare. Ho solo detto che volevo incontrare e riabbracciare i miei fratelli ortodossi. Tutto qui. Sono stati due anni di trattative di nascosto, ben condotte da vescovi bravi. Per gli ortodossi se n’è occupato Hilarion, che oltre a essere bravo è anche un artista, un musicista. Hanno fatto tutto loro”.

Nello spazio di neanche due settimane, un ponte crollato da mille anni è stato ricostruito. A quanti lo incontrano a Casa Santa Marta, Bergoglio parla di riconciliazione. “Ponti: quelli bisogna costruire. Passo dopo passo, fino ad arrivare a stringere la mano a chi sta dall’altra parte. I ponti durano, e aiutano la pace. I muri no: quelli sembrano difenderci, e invece separano soltanto. Per questo vanno abbattuti, non costruiti. Tanto sono destinati a cadere, uno dopo l’altro. Pensiamo a quello di Berlino. Sembrava eterno, e invece: puff, in un giorno è caduto giù”.

“Non possiamo dire di essere circondati da un mondo in pace – sottolinea Bergoglio – Dovunque ci voltiamo ci sono conflitti. Io ho parlato di terza guerra mondiale a pezzi. In realtà non è a pezzi: è proprio una guerra. Le guerre come si fanno? Agendo sull’economia, col traffico delle armi, e facendo la guerra contro la nostra casa comune, che è la natura. I trafficanti stanno facendo molti soldi, comprando armi da un Paese che gliele dà per colpirne un altro, suo nemico. E si sa quali sono”.

Per Francesco, coerente al nome scelto il giorno dell’elezione al soglio, la questione ecologica è un pezzo fondamentale di quella che si può definire sicurezza globale. “Tagliare gli alberi significa desertificare interi territori. Per questo, in Paesi come lo Zambia hanno cominciato a ripiantarli, a riforestare le zone per evitare l’impoverimento della terra. E bisogna stare attenti alle monoculture. Se si producono sempre le stesse cose, senza alternare le coltivazioni, presto il terreno diventa morto”.

Intervistato sulla situazione esplosiva del Medio e Vicino Oriente, il Santo Padre non ha dubbi: “L’Occidente deve fare autocritica sulle primavere arabe”. “Sulle primavere arabe e l’Iraq si poteva immaginare prima quello che poteva succedere. E in parte c’è stata una convergenza di analisi tra la Santa Sede e la Russia. In parte, è bene che non esageriamo perché la Russia ha i suoi interessi”. Ma il Papa invita sempre a pensare “alla Libia prima e dopo l’intervento militare: prima di Gheddafi ce n’era uno solo, ora ce ne sono cinquanta. L’Occidente deve fare autocritica”.

In merito al problema delle migrazioni e dell’allarme che suscitano in Europa, Bergoglio replica ricordando il suo primo viaggio del luglio 2013 nell’isola siciliana di Lampedusa, luogo-simbolo della tragedia dei profughi. Allora gettò una corona di fiori in mare come omaggio a tutte le persone morte annegate attraversando il Mediterraneo su barconi e gommoni sovraffollati. “Quando andai a Lampedusa, il problema dell’immigrazione era appena agli inizi. E adesso è esploso”. È “una sfida da affrontare con intelligenza, naturalmente, perché dietro c’è il problema enorme e terribile del terrorismo”.

“Un’Europa che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose, sapendone cogliere la ricchezza e le potenzialità” potrà essere anche “più facilmente immune dai tanti estremismi che dilagano nel mondo odierno, anche per il grande vuoto ideale a cui assistiamo nel cosiddetto Occidente” aveva detto il Papa in visita al Parlamento di Strasburgo, nel novembre del 2014. Rivolto agli europarlamentari, non esitò a parlare di “un’Europa nonna e non più fertile e vivace. Per cui i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva, in favore dei tecnicismi burocratici delle sue istituzioni”.

Ma negli incontri a Casa Santa Marta insiste con i suoi interlocutori che “l’Europa deve e può cambiare. Deve e può riformarsi. Se non è in grado di aiutare economicamente i Paesi da cui provengono i profughi, deve porsi il problema di come affrontare questa grande sfida che è in primo luogo umanitaria, ma non solo. Si è rotto un sistema educativo: quello che trasmetteva i valori dai nonni ai nipoti, dai genitori ai figli. Ebbene, occorre porsi il problema di come ricostruirlo”.

“L’Europa”, ama ripetere Francesco, “è come Sara – la moglie sterile di Abramo che ebbe Isacco a 90 anni – che prima si spaventa ma poi sorride di nascosto”. La sua speranza, riferisce chi gli ha parlato, è che l’Europa “sorrida di nascosto” agli immigrati. La forza le può venire dalla memoria dei “grandi personaggi dimenticati” della sua storia recente. Francesco è un ammiratore dei protagonisti della rinascita europea dopo la Seconda guerra mondiale. Cita il cancelliere tedesco Konrad Adenauer, il ministro degli Esteri della Francia, Robert Schuman, l’italiano Alcide De Gasperi.

Ma intravede “grandi dimenticati” anche nella cronaca dei nostri giorni tra i quali la Bonino, non precisamente una cattolica Doc o, “Ad esempio la donna-sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini”, per il modo in cui si è spesa a favore dei profughi. Ed è solito citare “tra i grandi dell’Italia di oggi” il capo dello Stato emerito, Giorgio Napolitano: “Quando Napolitano ha accettato per la seconda volta, a quell’età, e sebbene per un periodo limitato, di assumersi un incarico di quel peso, l’ho chiamato e gli ho detto che era un gesto di “eroicità” patriottica”. Quanto all’ex ministro Emma Bonino, a interlocutori che strabuzzano gli occhi sentendo citare l’esponente radicale, sostiene che “è la persona che conosce meglio l’Africa. E ha offerto il miglior servizio all’Italia per conoscere l’Africa. Mi dicono: è gente che la pensa in modo molto diverso da noi. Vero, ma pazienza. Bisogna guardare alle persone, a quello che fanno”. Tutto il resto sono muri, non ponti.

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