FESTA DELLA CANDELORA, BERGOGLIO: “DALL’INCONTRO CON GESU’ NASCE LA VOCAZIONE” Nella basilica vaticana Francesco celebra la Messa per la chiusura dell'Anno della Vita Consacrata

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papa francesco bergoglio

“Davanti al nostro sguardo c’è un fatto semplice, umile e grande: Gesù è portato da Maria e Giuseppe al tempio di Gerusalemme. E’ un bambino come tanti, ma è unico: è l’Unigenito venuto per tutti. Questo Bambino ci ha portato la misericordia e la tenerezza di Dio: Gesù è il volto della Misericordia del Padre. È questa l’icona che il Vangelo ci offre al termine dell’Anno della Vita Consacrata, un anno vissuto con tanto entusiasmo. Esso, come un fiume, ora confluisce nel mare della misericordia, in questo immenso mistero di amore che stiamo sperimentando con il Giubileo straordinario”. Sono le parole che Beroglio ha rivolto ai migliaia di religiosi e religiose che hanno partecipato alla messa della “Candelora”. A quaranta giorni da Natale, la Chiesa ricorda la presentazione al Tempio di Gesù bambino.

“La festa odierna, soprattutto nell’Oriente, viene chiamata festa dell’incontro. In effetti, nel Vangelo che è stato proclamato, vediamo diversi incontri – spiega Bergoglio -.  Nel tempio Gesù viene incontro a noi e noi andiamo incontro a Lui”. Francesco si sofferma poi sulle parole di Simeone, personaggio “che rappresenta l’attesa fedele di Israele”. le sue parole esprimono l’esultanza del cuore per il compimento delle antiche promesse”. Ma egli non è l’unico a riconoscere in Gesù il Cristo: anche “l’anziana profetessa Anna, nel vedere il bambino, esulta di gioia e loda Dio”. Entrambi simboleggiano “l’attesa e la profezia” mentre Gesù raffigura la novità e il compimento. “Egli si presenta a noi come la perenne sorpresa di Dio; in questo Bambino nato per tutti si incontrano il passato, fatto di memoria e di promessa, e il futuro, pieno di speranza”.

In questi gesti possiamo scorgere la nascita della vita consacrata. I religiosi, infatti, “sono chiamati innanzitutto ad essere uomini e donne dell’incontro. La vocazione non prende le mosse da un nostro progetto pensato a tavolino, ma da una grazia del Signore che ci raggiunge, attraverso un incontro che cambia la vita”. Chiunque viene toccato da Gesù non può rimanere uguale a prima. Leu è “la novità che fa nuove tutte le cose. Chi vive questo incontro diventa testimone e rende possibile l’incontro per gli altri; e si fa anche promotore della cultura dell’incontro, evitando l’autoreferenzialità che ci fa rimanere chiusi in noi stessi”.

Nel riprendere il testo della seconda lettura, il Pontefice ricorda che “il brano della Lettera agli Ebrei, (proclamtato durante la liturgia della parola) ci ricorda che Gesù stesso” per venirci incontro “non ha esitato a condividere la nostra condizione umana”. San Paolo, infatti, scrive: “Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe”. Cristo non “non è rimasto fuori dal nostro dramma, ma ha voluto condividere la nostra vita”. Quindi un monito per tutti i religiosi: “I consacrati e le consacrate sono chiamati ad essere segno concreto e profetico di questa vicinanza di Dio, di questa condivisione con la condizione di fragilità, di peccato e di ferite dell’uomo del nostro tempo. Tutte le forme di vita consacrata, ognuna secondo le sue caratteristiche, sono chiamate ad essere in stato permanente di missione, condividendo «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono” dice Francesco facendo sue le parole del primo capitolo della “Gaudium et Spes”.

La riflessione di Francesco si sofferma poi su un aspetto particolare del Vangelo: “Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui”. Giuseppe e Maria, infatti, “custodiscono lo stupore per questo incontro pieno di luce e di speranza per tutti i popoli”. Questo gesto è un’esempio per tutti i cristiani e i religiosi: “Noi – dice il Papa – siamo custodi dello stupore. Uno stupore che chiede di essere sempre rinnovato; guai all’abitudine nella vita spirituale; guai a cristallizzare i nostri carismi in una dottrina astratta: i carismi dei fondatori non sono da sigillare in bottiglia, non sono pezzi da museo. I nostri fondatori sono stati mossi dallo Spirito e non hanno avuto paura di sporcarsi le mani con la vita quotidiana, con i problemi della gente, percorrendo con coraggio le periferie geografiche ed esistenziali”.

Chi ha fondato un ordine non si è fermato “davanti agli ostacoli e alle incomprensioni degli altri”; loro hanno mantenuto “nel cuore lo stupore per l’incontro con Cristo. Non hanno addomesticato la grazia del Vangelo; hanno avuto sempre nel cuore una sana inquietudine per il Signore, un desiderio struggente di portarlo agli altri, come hanno fatto Maria e Giuseppe nel tempio. Anche noi siamo chiamati oggi a compiere scelte profetiche e coraggiose”.

Francesco conclude l’omelia ribadendo l’insegnamento della festa odierna: “Impariamo a vivere la gratitudine per l’incontro con Gesù e per il dono della vocazione alla vita consacrata. Com’è bello quando incontriamo il volto felice di persone consacrate, magari già avanti negli anni come Simeone o Anna, contente e piene di gratitudine per la propria vocazione. Questa è una parola che può sintetizzare tutto quello che abbiamo vissuto in questo Anno della Vita Consacrata: gratitudine per il dono dello Spirito Santo, che sempre anima la Chiesa attraverso i diversi carismi”. Al termine del brano evangelico si legge: “Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”. Francesco prega affinchè questo possa accadere anche ai religosi: “Possa il Signore Gesù, per la materna intercessione di Maria, crescere in noi, e aumentare in ciascuno il desiderio dell’incontro, la custodia dello stupore e la gioia della gratitudine. Allora altri saranno attratti dalla sua luce, e potranno incontrare la misericordia del Padre”.

Al termine della messa, il Papa esce dalla basilica vaticana, e sul sagrato di San Pietro saluta quanti non sono potuti a ccedere all’interno della chiesa per la celebrazione. Ricorda a tutti i religiosi presenti in piazza di non dimenticare mai la prima vocazione, quella che li ha portati a scegliere di dedicarsi anima e corpo alla preghiera e alla vita della Chiesa. “Fate memoria di quel primo incontro. E’ bello vedere, soprattutto nei più anziani, gli occhi che brillano perchè dentro hanno ancora accesso il fuoco della fede”.

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