Famiglia, non facciamo confusione

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casellati

Siamo alla vigilia di un importante dibattito parlamentare che, in questa occasione più che mai, si svolge anche e soprattutto nel Paese, nelle piazze, nei media e all’interno delle stesse famiglie.

È un dibattito attento e partecipato, nella consapevolezza che siamo ad un passaggio cruciale, epocale. C’è anche una preoccupazione, perché il tema delle unioni solidali – non sono famiglie – lo stiamo affrontando tardi e male. Tardi, perché siamo sollecitati dalla nostra comune appartenenza a una civiltà giuridica europea nella quale ci riconosciamo e della quale vogliamo essere parte a testa alta. Male, perché c’è un tentativo di appesantire quello che potrebbe essere un cammino spedito con carichi indebiti, socialmente inopportuni, giuridicamente incostituzionali e politicamente divisivi.

Come nelle peggiori finanziarie, nel disegno di legge sulle unioni civili vengono inserite norme che non dovrebbero esserci e che dovrebbero essere discusse altrove e altrimenti. C’è la sensazione che si tratti di qualcosa che deve essere approvato ad ogni costo: un pessimo modo di legiferare. Quello che emerge dal dibattito – oggi sui media, domani in Parlamento – è l’intenzione di realizzare inaccettabili forzature, per rendere la famiglia una specie di modello adattabile a situazioni diverse.

La famiglia è una, non è un modello estensibile. I diritti sono per tutti, la famiglia è una sola. Non si tratta di negare l’importanza, il merito della solidarietà sociale, il valore delle convivenze e delle comunità di intenti e di vita, come le unioni omosessuali. Bene fa lo Stato a sostenere, ad aiutare a promuovere tali realtà, degne di riconoscimento. La società vive di un mondo di articolate sfaccettature, di piccole comunità nella società generale. Questo è un dato acquisito di civiltà giuridica, oltre che un ineludibile precetto della Carta Costituzionale. Ma quando si vuole forzare questo adempimento, doveroso, per stravolgere l’ordine dei valori che la società esprime, questo è inaccettabile.

La Stepchild Adoption non deve trovare cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico. Non si può svilire e contraddire il chiaro precetto dell’articolo 29 della Carta: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Non si può far finta che “naturale”, lì, non ci sia scritto. La sacrosanta tutela della famiglia trova nel termine “naturale” una ragione fondante e inestensibile. Con la sentenza n. 138 del 2010, la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di Venezia, sugli articoli del Codice civile che impongono un modello eterosessuale di matrimonio. E questa sentenza il Quirinale ha indicato al Governo come stella polare.

Al legislatore va riconosciuta discrezionalità sul tema delle unioni civili. Ma discrezionalità non vuol dire arbitrio. Ebbene, nel nostro Paese, la Carta costituzionale riconosce i diritti di una sola famiglia, “società naturale fondata sul matrimonio”. Contraddire questo principio – parafrasando il famoso detto di Talleyrand – “è peggio di un’incostituzionalità: è un errore”. Equiparazioni incongrue ed improvvide non sono possibili.

Lo Stato non può far crescere un minore in una coppia omosessuale, come se fosse una famiglia fondata sul matrimonio, solo perché entrambe sono coppie. Non è questione di migliore o peggiore. È questione di innegabile diversità. E le diversità devono essere tutelate, ma non possono diventare identità. Non si può deve fare “confusione”. Questa è la parola usata dal Santo Padre per rilevare una evidente differenza “tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”.

Confusione vuol dire fondere insieme cose diverse. Così entrambe perdono la loro identità, di modelli diversi di convivenza affettiva, ciascuno valido e legittimo, nel rispetto reciproco e nella libertà di scelta che spetta ad ognuno.

Incamminarsi senza la necessaria cautela per strade avventurose, contrarie ai nostri principi fondanti e perfino al buon senso, sarebbe una pericolosa miopia, civile e sociale. Serve, invece, lungimiranza. La famiglia deve restare al centro della società, se vogliamo che la società mantenga il suo equilibrio.

Maria Elisabetta Casellati, componente del Consiglio Superiore della Magistratura

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1 COMMENT

  1. Parole sacrosante, quindi verrà sicuramente accusata di violenza omofoba e messa nella lista di proscrizione LGBT

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