La verità sulle banche italiane

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Dopo qualche settimana di turbolenza sui mercati, che in verità non si è ancora acquietata, da ogni parte si odono campanelli d’allarme sulla solidità del sistema creditizio italiano, soprattutto dopo l’introduzione, a livello europeo, delle norme riguardanti le procedure di risoluzione delle crisi bancarie (c.d. Bail in) e il casus belli del salvataggio di quattro banche sull’orlo dell’insolvenza che ha occupato le pagine dei giornali a cavallo della fine dell’anno.

A rendere ancor più allarmante il dubbio sulla vera sostenibilità dei conti delle banche italiane, dopo i fatti di questi ultimi anni (dal Monte dei Paschi di Siena a Banca Marche, ad esempio), sono le dichiarazioni che giungono dalla Commissione Europea che vedono nell’ammontare delle sofferenze, oggi chiamate con il termine più chic Non Performing Loans, un punto critico nella tenuta stessa del Paese già caratterizzato da un livello di debito pubblico elevatissimo. A tal proposito, nei giorni scorsi, i principali quotidiani hanno scritto diversi articoli sull’argomento proponendo anche tabelle molto interessanti riguardanti l’incidenza degli NPL sui bilanci dei principali istituti di credito e introducendo il concetto finanziario del Texas Ratio nella comunicazione di massa.

Ecco, cos’è questo rapporto?  La formula che genera l’indicatore fu creata da Gerard Cassidy, analista dell’azienda canadese RBC Capital Markets, per descrivere la crisi delle banche texane nei lontani anni ’80 (da qui il nome Texas Ratio) dove fallirono circa 400 istituti, più o meno piccoli. Il Texas Ratio, dunque, è un indicatore sintetico che calcola il rapporto tra i crediti lordi deteriorati in bilancio dell’azienda e la somma del patrimonio tangibile più gli accantonamenti. Il numero ottenuto è, poi, rapportato a un valore spartiacque fissato a 100, che rappresenta la parità contabile tra incagli e sofferenze, i crediti deteriorati cioè, e il patrimonio di vigilanza. Se il TR della banca in esame fosse inferiore a 100, quindi, la banca potrebbe essere considerata solida, viceversa si delineerebbe una situazione problematica che richiederebbe un apporto di capitale aggiuntivo.

Detto questo se si andassero a valutare le banche italiane utilizzando l’indicatore sopra descritto si vedrebbe che tra le “big” solamente Intesa SanPaolo, con un valore di 92, e Unicredit, con 95, potrebbero essere considerate solide, contrariamente al Banco Popolare e MPS che si classificherebbero in coda alla classifica, rispettivamente con valori pari a 156 e 146.

Questo modello, però, non permette di descrivere al meglio la situazione poiché considera solo un aspetto del business e della rischiosità di un istituto di credito, esattamente come le “cassandre” che vedevano prossimo il crollo delle banche italiane per via dei forti ribassi in borsa, dimenticando che la capitalizzazione sui mercati non è direttamente correlata con il capitale delle aziende che rappresenta una grandezza contabile completamente differente, in quanto l’azione è solo un titolo che rappresenta una quota di compartecipazione al capitale di rischio e non una partizione dello stesso.

Molto utile, quindi, è l’indagine condotta dall’Università Bocconi per Corriere Economia che ha creato un modello di valutazione della solidità degli istituti attraverso un indicatore sintetico basato su sette parametri: tre di patrimonializzazione (Cet1, Tier 1, Total capital ratio: gli indicatori della vigilanza europea sulla solidità), uno di redditività (il margine d’interesse più il saldo da commissioni e altri ricavi) sul totale attivo, l’andamento in Borsa del 2015 (non sono stati considerate le prime due settimane di gennaio per la turbolenza di sospetta origine speculativa), i due Isc, l’Indicatore sintetico di costo annuo che dà un prezzo di riferimento del conto corrente: uno per il servizio allo sportello, l’altro per i canali diversi come l’online.

L’immagine che ne esce è ben diversa da quella molto più allarmante data da altri media e dalle dichiarazioni che giungono da Bruxelles e più in linea con quanto affermato a più riprese dal ministro Padoan. I primi dieci istituti in classifica (Intesa SanPaolo, Ubi Banca, Banco Popolare, Credem, BPM, MPS, Bper, Credito Valtellinese, Carige e Unicredit), pur con punteggi assai differenti, sono rappresentati da valori più che buoni e che indicano una solidità dell’azienda probabilmente assai superiore a quella di molti competitor esteri, spesso visti a torto come benchmark.

Dove sta la vera criticità del sistema, quindi? Nella frammentazione dell’offerta, sicuramente. In Italia esistono oltre 700 gruppi bancari indipendenti, come ricordo spesso, di cui i primi due, ISP e UCG, valgono circa il 50% del mercato che diventa circa il 70% se si considerassero solo le prime quindici banche per dimensione.

Da qui all’individuazione di un problema di common pool, di bacino comune a cui rivolgere la propria proposta commerciale cioè, il passo è breve e proprio qui sta il vero rischio sistemico. Non tanto per la tenuta generale, poiché il mercato bancario è suddiviso in larghissima parte tra istituti di medio/grossa dimensione che possono garantire una solidità e una sicurezza piuttosto elevata, ma nella marginalità nell’azione di quasi il 90% degli istituti bancari che vedono erose ulteriormente le loro quote di mercato dai principali competitor, riducendo la raccolta e la redditività, e la possibilità di far fronte al deterioramento dei crediti concessi.

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