Il simbolo della porta aperta

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porta santa

Il simbolo della porta aperta – caro agli uomini e donne di buona volontà in questo anno giubilare – incrocia suggestivamente, nelle mistiche benedettine, quello della trafittura, ad opera di un soldato, del costato del Cristo morto in croce. Quella ferita, del resto, era stata indicata dal Risorto con le piaghe gloriose come labbro aperto da esplorare per risolvere un intoppo nel cammino: «Tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo ma credente!».

La fede è una vita che incontra la persona di Cristo – da Lui si lascia incontrare –, gli fa credito e a lui si affida, perché è una vita che si sa in crescita, che si vuole dinamica. Come ogni cammino conosce delle soste protette, in casa propria o altrui, per godere la presenza di Colui con cui si cammina e quando la vita credente è appesantita dalla stanchezza, dalle delusioni e dai casi neri dell’esistenza, non si arrende e molla tutto ma valorizza anche quell’interruzione forzata cercando il senso da lì verso un “oltre”.

L’ “oltre” cui si accede, chiamati ad entrare in esso da Colui che per noi è solo dono – e dono d’amore fino alla morte per amore –, da Lui stesso era stato presentato come un ovile ben custodito eppure dalla porta sempre aperta. Sì, perché si tratta per tutti di imparare un passo e un ritmo di cammino in cui i nostri passi seguono i suoi, in libertà e pienezza. Nella pausa di dialogo e comunione, sperimento e imparo che il Suo dono è per me: se sono malato o caduto, sono curato e rialzato, la sua parola dà nuovo impulso al mio linguaggio.

Ma quella fonte di dono e di risurrezione è abbondantissima e inesauribile, pensata per ciascuno «Ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre». La porta è aperta, il dono ti attende, per camminare in pienezza: Egli « chiama […] ciascuno per nome, e conduce fuori. E quando ha spinto fuori, cammina davanti, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce» (cf Vangelo di Giovanni cap. 10).
Il Donatore/dono, a sua volta – ecco il mistero aperto per noi – vive in un dinamismo inaudito di comunione verso il Padre, Dio – come Dio è egli stesso, il Figlio –. Lì il dono è intessuto di gratitudine senza ombre, desiderio di somma gloria e onore per l’Interlocutore altro da sé e mai separato da sé, invito a noi ad entrare in questa sinfonia di gratitudine perché la nostra piccolezza o indegnità unite a Lui sono pervase di Lui. Non c’è ricordo delle nostre offese, solo godimento per il nostro vero bene, che noi ormai abbiamo individuato e reso nostro: sperimentiamo, magari per la prima volta, la fecondità dell’umiltà e mansuetudine, davanti a Dio e tra di noi, ricchezze inalienabili di noi, in cammino.

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