UN PREMIO DALL’ALDILA’

964
  • English
  • Español

“Cinquantasette anni di storia, una famiglia solida e appassionata alle spalle e un management giovane e grintoso alla guida di un’azienda ormai stabilmente ai vertici del mercato. Questa è Enoplastic, nata per ‘hobby’ dalla passione di Piero Macchi per la meccanica e il buon vino e cresciuta costantemente grazie ad una gestione illuminata delle risorse e del patrimonio tecnologico dell’azienda”. Si legge così sul sito web dell’azienda, nata italiana, varesotta, e ormai diventato un brand mondiale, che produce tappi e sigilli e chiusure per il vino. Questa è una pubblicità?, vi chiederete. Sì. Merita di essere resa pubblica una notizia dei giorni scorsi. È morto, a 87 anni, l’imprenditore Piero Macchi, che l’ha creata. Ha lasciato in eredità ai 280 dipendenti della sede madre e delle quattro filiali (in Spagna, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda) un milione e mezzo di euro, distribuito in busta paga secondo un criterio base di giustizia: a ciascuno secondo anzianità di servizio, ruolo e competenza. I più giovani hanno percepito circa 2mila euro, i più anziani e qualificati oltre 10mila.

Come ha raccontato la figlia Giovanna al “Corriere della Sera”, Piero Macchi era dedito alla beneficenza. “VareseNews”, invece, ha elogiato lo stile d’impresa di Enoplastic, nella quale “lavorano intere famiglie” e “vige un codice etico rigoroso” insieme ad “una ferrea attenzione alla sicurezza”. Merita, sì, pubblicità. Perché è uno schiaffo a chi sostiene che per fare guadagno occorre essere “elastici” con la legalità, ridurre i diritti, spendere meno per le persone per mantenere standard elevati di comodità e di lusso personali.
Nel panorama nero dello sfruttamento del lavoro e dell’umiliazione dei lavoratori, ci sono altri casi straordinari di ordinaria onestà e di una generosità che è semplicemente correttezza. Ma proprio perché costituiscono, purtroppo, casi eccezionali, invece che comportamenti “normali”, meritano di essere pubblicizzati. Il “re del cashmere”, Brunello Cucinelli, umbro, nel Natale del 2012 distribuì tra i quasi 800 dipendenti gli utili della società quotata in borsa, circa 5milioni di euro, per “premiare e condividere con i collaboratori le gioie del frutto di 34 anni di lavoro e crescita aziendale”.

La definizione di partecipazione dei lavoratori agli utili la diede Luigi Einaudi, nelle sue Lezioni di politica sociale, agli inizi degli anni ’50: “un contratto in virtù del quale il datore di lavoro si impegna a distribuire, in aggiunta al pagamento del salario normale, tra i salariati della sua impresa, una parte degli utili netti, senza partecipazione alle perdite”. Si tratta del “coronamento – scriveva il giurista – di uno stato preesistente di reciproca stima e fiducia”. È un comportamento d’impresa che caratterizza i Paesi civili: i lavoratori, ovvero, gli agenti più deboli del sistema economico, ma quelli cui va maggiormente attribuito il merito del successo di un’impresa, partecipano ai profitti e non alle perdite. Quanto è lontano, oggi, questo modo di intendere l’agire economico e commerciale. Eppure, le ricerche statistiche sembrerebbero “premiare” chi adotti questa modalità di rapporto.

La prima esperienza storica che si registri risale al lontano 1795, negli Stati Uniti, alla Pennsylvania Glass Works di Albert Gallatin, che sarà segretario di Stato al Tesoro sotto la presidenza di Thomas Jefferson. Nel secolo XX, però, ha preso il sopravvento la teoria walrasiana, per la quale il mercato segue regole rigide e perfette, basate sul principio di causalità e determinazione. Proprio il secolo scorso, però, è stato contrassegnato dall’imporsi di un paradigma culturale e, quindi, economico che considera gli equilibri come il risultato di variabili numerose e complesse e interdipendenti. Soltanto a partire dagli anni Novanta è stata praticata in Italia, nella contrattazione sindacale, successivamente come premio alla produttività. In questa ultima forma, però, cambia natura e diventa, da un riconoscimento del valore del lavoro per il capitale, piuttosto uno strumento di ricatto e di sfruttamento.

Il fondatore del benessere sociale in azienda è stato Camillo Olivetti, nel primo Novecento, seguito dal figlio Adriano. Istituì la mutua aziendale. Nel 1932, creò la Fondazione Domenico Burzio (intitolata al primo direttore tecnico e stretto collaboratore di papà Olivetti), per garantire all’operaio “una sicurezza sociale al di là del limite delle assicurazioni”. Ai lavoratori veniva dato l’alloggio, l’assistenza sociale, medica e sanitaria, anche il servizio gratuito di autobus per portarli ad Ivrea. Il modello, insomma, era di “una fabbrica a misura d’uomo”, di responsabilità sociale. Tecnologia e welfare erano le “chiavi” Olivetti per aprire la porta del successo. Al figlio insegnò: “Puoi introdurre nuovi metodi per migliorare la produzione, ma solo una cosa non puoi fare: licenziare”.

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

3 COMMENTS

  1. Gli imprenditori di una volta si contano sulle dita di una sola mano. Il nostro futuro è il passato!

  2. Sembra una favola da quanto è lontano dalla realtà. Ma esiste e questo da speranza. Ma perchè non viene annunciata al TG?

  3. che nostalgia dei veri valori, sembra preistoria, oggi c’è la caccia al lavoratore, se col posto fisso poi è da sterminare, e tutto questo avviene con la sinistra al governo che si sente sinistra solo nelle questioni ideologiche nuove, i diritti(?) LGBT

LEAVE A REPLY