MARÒ, J’ACCUSE DELL’EX MINISTRO TERZI: “IL GOVERNO TACE SULLE PROVE DI AMBURGO”

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La calendarizzazione della Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja sul caso Marò, che ha confermato il 30-31 marzo come data dell’udienza sulle misure provvisorie in merito al rientro in Italia di Salvatore Girone, ma che fissa al 2018 un eventuale pronunciamento sulla competenza giuridica tra Italia e India rispetto al caso, ha riproposto con forza il tema delle lungaggini e delle ombre che circondano la storia dei nostri fucilieri di Marina. In Terris ha contattato, per un parere, l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, in carica all’epoca dei fatti. Durante la gestione della crisi ed approfittando di un permesso elettorale ottenuto dai due marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, il ministro Terzi l’11 marzo 2013 annunciò – d’intesa con il governo Monti – che i due fucilieri non avrebbero fatto ritorno in India alla scadenza del permesso. Ma il 21 marzo successivo, con un comunicato stampa, Palazzo Chigi decise di rinviare in India i due fucilieri. Il 26 marzo 2013, Terzi comunicò alla Camera, in diretta televisiva, le sue dimissioni dalla Farnesina a causa del suo dissenso con la posizione del governo. Il 29 marzo 2013, in un’intervista ad un programma giornalistico Mediaset, a proposito di questa vicenda, denunciò di aver ricevuto pressioni per autorizzare il rientro dei due marò in India, pressioni che rifiutò e che portarono alle sue dimissioni.

Insomma, da quel lontano 15 febbraio 2012 quando scoppiò il caso Lexie i nostri marò sono sostanzialmente prigionieri e sub iudice. E adesso la Corte Permanente di Arbitrato dell’Aja ha calendarizzato la possibile decisione addirittura al 2018. Che ne pensa di tutta la vicenda?
“Si sapeva che la procedura arbitrale avrebbe richiesto tempi lunghi, e più tardi si parte più tardi si arriva. Ma va ricordato che la procedura arbitrale era stata avviata nel marzo 2013 quando il governo Monti prese la decisione e annunciò urbi et orbi, a tutto campo, persino alle Nazioni Uniti nonché ai partner internazionali i motivi tecnici e politici per i quali i marò sarebbero stati trattenuti fino a che ci fosse stata una decisione arbitrale sulla giurisdizione. Parliamo di tre anni fa, e avevamo avviato a quel punto tutto il percorso. Ci sono i comunicati sul sito del ministero ancora datati 11 e 18 marzo 2013”.

Poi tutto si è interrotto. E l’arbitrato è rispuntato pochi mesi fa…
“Si sono aspettati due anni e mezzo per rifare l’arbitrato, in modo inspiegabile; tutti i governi che si sono succeduti hanno dichiarato di volerlo far partire subito, ma invece non partiva mai. Ritardi che si sommano alle lungaggini burocratiche e giuridiche, e che hanno portato alla situazione di oggi”.

Come mai non è partita la Commissione d’inchiesta parlamentare invocata da diverse forze politiche per fare luce sulle reali responsabilità di certe decisioni?
“È una cosa veramente sorprendente, perché la volontà di fare pulizia ci rafforzerebbe come immagine internazionale in modo straordinario, e ci rafforzerebbe anche nei confronti dell’India”.

La scorsa estate ad Amburgo sono state presentate documentazioni che alleggeriscono molto la posizione dei marò. Perché non se ne parla?
“Siamo in tanti a ritenere quei documenti di grande importanza, anche nel mondo degli internazionalisti che hanno seguito questo caso sin dall’inizio. Ciò che è venuto fuori in agosto, ad Amburgo, ha dimostrato in modo irrefutabile che non c’è stato un incidente dove son morti due pescatori, ma che quelle morti sono avvenute a distanza di decine di miglia da dove si trovava la Lexie; non solo ma l’autopsia ha fatto vedere che i proiettili che hanno ucciso i pescatori sono di calibro diverso da quelli utilizzati dalle nostre forze armate, e anche che c’è stata un’azione volutamente vessatoria nei confronti dell’unità navale italiana per farla entrare in acque territoriali indiane. Insomma, una caterva di documenti e di prove che però non sono state utilizzate dal governo italiano”.

Potrebbe dunque essere tutta una vicenda montata ad arte?
“Io sono convinto che è stato un fatto montato ad arte, in modo manifesto da parte di Nuova Delhi, per dimostrare per loro motivi politici interni che avevano preso subito i responsabili della morte in mare di due cittadini indiani. E invece così non era”.

Ora comunque siamo costretti a guardare al 2018…
“Al punto in cui sono arrivate le cose, il governo pur avendo iniziato la procedura di arbitrato, dovrà aspettare. Questa infatti verte su chi avrà la competenza giurisdizionale, ma non è che una volta che si saprà di chi è la giurisdizione si arriverà a conclusione. Da quel momento andrà incardinato il processo vero e proprio, con un’azione giudiziaria sul merito. Andremo ben oltre il 2018…”

Insomma, ci sono le prove che i marò sono innocenti ma dobbiamo aspettare altri anni per farle valere. E uno di loro è ancora prigioniero. Cosa dovrebbe fare l’Italia?
“È incredibile, secondo me e secondo tanti osservatori, che da parte governativa italiana non ci sia mai stata da agosto a oggi una sola voce che abbia detto i marò non c’entrano nulla con questa storia, e che devono tornare. Palazzo Chigi dovrebbe prendere una posizione ufficiale con la quale dire: abbiamo avviato l’arbitrato, ma riteniamo nostra ferma posizione che siano due soldati italiani innocenti, mantenuti in una situazione di grave danno per tutti. Credo che affermare questa posizione netta, chiara, tratta dalle conclusioni dalla carta che il governo italiano ha visto esibire ad Amburgo, possa essere fondamentale anche nella decisione di marzo sul rientro o meno in patria dei nostri fucilieri. Com’è che questo non è stato ancora fatto a sei mesi di distanza?”

Interrogativi che, alla luce anche delle dichiarazioni fatte all’epoca del presunto abbordaggio, e delle scelte governative successive, possono assomigliare addirittura a domande retoriche. Intanto i marò restano appesi a una procedura che, lo ricordiamo per chi l’avesse dimenticato, se mai dovesse passare la linea indiana potrebbe portare addirittura alla loro condanna a morte. Ecco perché averli rispediti al mittente è stato il secondo (il primo fu far attraccare la Lexie in India) e più grave errore di tutta questa complicata quanto nebulosa vicenda italiana. Un altro mistero, tra i tanti che, purtroppo, costella la nostra Repubblica.

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