CONTRO LE TRUFFE RELIGIOSE IL GOVERNO CINESE RILASCIA LA PATENTE AI “BUDDHA VIVENTI” Per evitare frodi ai danni dei fedeli, Pechino lancia un database online per identificarli gli esponenti religiosi del paese

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buddha

Il governo cinese, con numerosi interventi sui media nazionali, ha lanciato un sistema online di identificazione e riconoscimento dei “buddha viventi” della tradizione tibetana. Il sito web, gestito dal governo del Tibet in collaborazione con l’Autorità statale per l’amministrazione delle religioni (Sara), è per ora in lingua tibetana, ma sarà presto tradotta in mandarino. L’iniziativa, lodata dai buddisti iscritti all’Associazione Nazionale gestita dal Partito, rappresenta un nuovo passo verso il controllo totale della tradizione monastica tibetana.

Il progetto nasce per tutelare i fedeli. I “buddha viventi” sono chiamati anche “tulku”, cioè religiosi che hanno scelto la vita monastica e vengono nel tempo onorati dagli abati dei vari templi buddisti con il titolo di “rinpoche” (prezioso). Secondo la definizione del Dalai Lama, questi sono “coloro che hanno scelto di risvegliarsi intenzionalmente nel saṃsara, per beneficiare e prestare soccorso a tutti gli esseri senzienti, nel cammino verso il risveglio della propria coscienza e illuminazione”. In Cina oggi vivono circa 10 mila persone che vantano questo titolo.

Tuttavia, molti di loro sono impostori. I tulku sono onorati nella società civile e vengono chiamati spesso per benedire (a pagamento) nuove case, iniziative commerciali, neonati o defunti. Alcuni anni fa fece scalpore il caso di un uomo che, fingendosi tulku, si fece pagare decine di migliaia di yuan per benedire un supermercato: scoperto per la sua ignoranza religiosa, venne denunciato e arrestato. Drukhang Thubten Khedrup, monaco buddista e vice presidente dell’Associazione Cinese dei Buddisti, ha dichiarato: “Sono molto contento per questa scelta, che promuove la nostra religione e mette all’angolo chi la vuole defraudare”.

Il sistema funziona con l’identificati tramite smartphone. Una volta ricevuto il codice di ingresso dal governo, si può inserire il nome del “tulku” e si ottengono il suo nome civile, quello religioso, quello buddista, la data di nascita, il gruppo di appartenenza, il numero seriale rilasciato dal tempio e una foto. I dati sono forniti dai vari monasteri sparsi per il Paese, e per ora i tulku identificati sono 870. Ma ci vorranno mesi prima che il database sia completo.

Un editoriale del quotidiano tibetano Phayul fa notare che nonostante la facciata di buona fede, il sistema “nasconde diverse falle. Ad esempio non prende in considerazione coloro che sono stati riconosciuti al di fuori della Cina, e questi non sono pochi”. Inoltre mancano i dati dei monaci più anziani, i cui monasteri sono andati distrutti durante gli anni della persecuzione delle Guardie Rosse. Secondo Free Tibet, la decisione di “schedare” i tulku “rientra del tutto nell’attuale strategia che il governo usa per le questioni tibetane. Dice di voler proteggere il buddismo tibetano, ma dietro questa tenda nasconde un controllo più intenso e più intrusivo non soltanto della vita religiosa ma delle sue stesse istituzioni”.

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