Terrorismo e scelte sbagliate

466
  • English
  • Español
letta

Nell’epoca attuale, se vogliamo mantenere in salute gli istituti delle nostre democrazie, la riflessione non può che essere articolata. Il tema della sicurezza è quello che forse meglio si presta a descrivere la complessità di un simile passaggio storico. L’Italia, per esempio, ha vissuto il dilemma drammatico del conflitto tra libertà personali e sicurezza durante gli anni di piombo. Benigno Zaccagnini, il segretario della Dc durante il sequestro Moro, ragionava su questa presunta alternativa in una lettera a uno dei propri figli.

Lo ammoniva a “non accettare mai alcuna limitazione dei gradi di libertà anche se questa fosse la condizione per un’allettante o affascinante conquista”. La ferma ma democratica risposta collettiva che le istituzioni hanno saputo allora offrire al terrorismo eversivo, a distanza di anni, assume in questa luce un valore ancor più nobile. L’Italia riuscì in effetti a sconfiggere il terrorismo senza trasformarsi in uno Stato di polizia.
Un dibattito simile ha infuocato il post 11 settembre americano. Limitazioni parziali alle libertà, a partire dal diritto alla privacy, in cambio di maggiore sicurezza. Pur dividendosi, il Paese ha accettato e a distanza di quasi un quindicennio, a dispetto dell’avvicendamento delle amministrazioni, sono ancora in vigore in larga parte le disposizioni adottate dopo l’attacco alle Torri.

Oggi è la volta dell’Europa. Parigi sotto il fuoco dei terroristi, Parigi in marcia per i valori che essa stessa ha regalato all’Occidente. Dopo la straordinaria reazione emotiva agli attentati del 2015, c’è stato un dibattito intenso su come reagire alla paura. Con un rischio capitale, ancora una volta dettato dalla fretta: derogare dai capisaldi del nostro modello di democrazia e libertà per sentirci più sicuri.

Di nuovo, una scorciatoia. Forse la più insidiosa, se pensiamo a quanti secoli, quante guerre, quante vite umane, quanto pensiero filosofico ci sono voluti per costruire l’Europa di oggi. Il pericolo è sempre lo stesso, come pure i termini della questione: la tentazione di non porsi le domande più strutturali, di non sciogliere uno dopo l’altro i nodi più spinosi, di confezionare in fretta e furia soluzioni d’impatto immediato da annunciare all’opinione pubblica. Il muretto tirato su alla bell’e meglio, il taglio del nastro in favore di telecamera. E poco importa se poi quello, il muretto, verrà buttato giù alla prima tempesta, quando il clamore sarà passato. Ci si penserà quando accadrà.

Altrove di tutto questo si discute. In Italia meno. Come per le tragedie dell’immigrazione, editoriali sull’onda emotiva dei fatti di cronaca e poco più. Invece, l’argomento andrebbe scandagliato con il massimo livello di attenzione, perché investe ogni aspetto della nostra vita: la politica, l’amministrazione, l’economia.
Il mondo occidentale è pieno di impulsi che vanno in questa direzione. La tentazione va contrastata alla radice. Non è restringendo il perimetro della partecipazione che si diventa più efficienti. Non è limitando la libertà di circolazione che si diventa più sicuri. Non è concentrando il potere e riducendo i contrappesi democratici che si migliora la governance. Una buona forma di partecipazione democratica è condizione ineludibile di benessere, democrazia, sicurezza. Ecco un altro dei nostri valori non negoziabili.

Tratto da “Andare insieme, andare lontano”

 

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

1 COMMENT

  1. Ancora una volta, stavolta da un ex Presidente del Consiglio, arriva un sermoncino “buonista” che, pur invitando tutti alla calma e al ragionamento, di fatto non apporta alcuna motivazione ragionevole per spiegare perchè l’Italia (e l’Europa) debbano accogliere chiunque voglia espatriare nel nostro Paese. Citando poi gli anni di piombo, ricorda che il terrorismo fu sconfitto senza far ricorso ad alcuna normativa speciale. Ma, caro on. Letta, a parte il fatto che allora si trattava di combattere contro centinaia di pesci (terroristi) che nuotavano in un lago di migliaia, oggi abbiamo a che fare con migliaia di pesci (jiadisti) che nuotano in un mare di milioni, nessuno chiede una legislazione speciale ma solo che si applichi quella attuale nonchè un minimo di prudenza. E’ allarmismo? E’ razzismo? No, semplice buon senso. Si chiede troppo?

LEAVE A REPLY