Cosa sta accadendo alle Borse

675
  • English
  • Español
cinema

L’anno nuovo è iniziato con una sorpresa, tutti i mercati finanziari si sono aperti con un forte ribasso già dopo il primo dell’anno, cosa che è continuata imperterrita fino ad oggi. Solitamente, infatti, il primo periodo dell’anno è caratterizzato da grossi acquisti sui mercati per impiegare la liquidità ottenuta dalle scadenze di dicembre, ma qualcosa pare sia andato storto e se si guardassero le chiusure del dopo Epifania, si potrebbe anche pensare a una Caporetto della finanza spinta sia dalle incertezze geopolitiche in Medioriente, sia dai timori creati dalla folle corsa agli armamenti di un tiranno a capo di uno staterello povero ma che negli ultimi anni ha investito cifre esorbitanti per ottenere nuove tecnologie belliche e, soprattutto, dal rallentamento dell’economia cinese.

Ma è davvero così? Partiamo dalla questione cinese. Negli ultimi anni si è stati abituati a pensare all’ex Impero del Dragone come a una potenza economica in forte ascesa, pronta a divenire il leader mondiale a livello economico trainata da un’industria molto forte e da fortissimi investimenti anche esteri sul suo territorio. I tassi di crescita erano fenomenali ma, a voler essere franchi, è facile portare la crescita a livelli elevatissimi quando si parte da zero o quasi, il difficile è mantenerla.

Nonostante i miti sulla crescita impetuosa e sul prossimo sorpasso degli USA come leader economico mondiale che in questi anni sono nati sulla Cina negli ultimi vent’anni, il PIL di questa è poco superiore alla metà di quello USA o di quattro volte quello italiano; proprio per questo il dato più interessante resta il PIL pro capite, valore che indica veramente quanta ricchezza possa generare un sistema paese, e che in Cina è pari a circa 13’200 usd contro un valore statunitense di 54’300 usd circa o uno italiano di 35’000 usd circa.

Chiusa la digressione, è possibile affermare, comunque, che quello che sta avvenendo, oggi, in Cina altro non sia che un consolidamento del mercato, non un crollo (si prevede un tasso di crescita per il 2016 del 6,5% su base annua, in fatti) ma un rallentamento in parte voluto per permettere la creazione di un mercato interno, unica base per garantire uno sviluppo sostenibile nel futuro, e riequilibrare il modello di crescita fin qui sostenuto da Governo e imprenditori locali troppo sbilanciato sull’export. Questo fa sì che si riducano i livelli di produzione e d’importazione di energia e materie prime per concentrare, invece, l’attenzione su investimenti interni in infrastrutture e in redistribuzione del reddito per spingere la creazione di quella “classe media” che da sempre è il motore dello sviluppo negli stati moderni ed evitare gli shock esogeni di domanda estera che potrebbero anche bloccare la creazione di ricchezza interna.

Quello che veramente sta destabilizzando i mercati, invece, è il tentativo dei vertici cinesi di controbilanciare il rallentamento del tasso di crescita con delle strategie molto aggressive in campo valutario, probabilmente giungendo a un’altra svalutazione dello yuan/reminbi cosa che ha spinto gli investitori a liquidare le proprie posizioni sui mercati cinesi e convertire questi fondi in valute considerate più sicure, come il dollaro o lo yen per limitare i rischi di una possibile perdita in termini reali conseguente al deprezzamento della moneta di conto. Il Governo cinese, per proteggere i supporti principali dei sui principali indici di borsa, ha inserito un meccanismo di blocco delle contrattazioni se la volatilità superasse una certa soglia per 24h: meccanismi similari sono previsti in quasi tutti i mercati regolamentati ma non per intervalli temporali così lunghi, cosa che che va ad annullare tutti gli ordini a scadenza nel periodo di sospensione e a rendere inefficaci ogni contratto derivato che vede nel tempo il fattore chiave per la sua utilità. Tutto questo ha innescato una preferenza per la liquidità in ogni operatore o fondo che avesse posizioni aperte sulla Cina spingendo vendite massive.

In definitiva si potrebbe dire che non è stato il “rallentamento” della crescita cinese a provocare questa piccola crisi finanziaria con cui si è aperto il 2016 che, come già accennato poco fa, era già ampiamente prevista e “prezzata” dai mercati ma l’adozione di strumenti per il controllo dei mercati finanziari da parte di Pechino quasi dilettanteschi che altro non hanno fatto che generare incertezza sulla tenuta dei listini. A questo si devono unire le questioni geopolitiche e la “guerra” del petrolio innescata dall’Arabia Saudita per mettere fuori gioco le aziende Shale Oil americane che sta spingendo il greggio sotto i 30 usd al barile, con gravi danni finanziari per tutti i principali paesi produttori, Arabia inclusa, che hanno nell’export petrolifero la loro unica fonte di reddito.

Questo scenario non fa che generare incertezza e ai mercati l’incertezza non piace, spingendo gli operatori verso l’unico asset sicuro: la liquidità.

 

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY