CINA, IL PARTITO VARA NUOVE REGOLE RESTRITTIVE CONTRO LE “SUPERSTIZIONI FEUDALI” Nel mirino pratiche del buddismo e del taoismo, ma anche la libertà religiosa dei fedeli cristiani e musulmani

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In Cina il Partito comunista (Pcc) ha appena varato nuove regole per punire i membri di partito che credono nelle cosiddette “superstizioni feudali”. Il Pcc riconosce ufficialmente 5 religioni: il cattolicesimo, il cristianesimo protestante, l’islam, il taiosmo e il buddismo ma soltanto se inquadrate nelle strutture governative, cosa che comporta l’obbligo di giurare fedeltà allo Stato da parte delle gerarchie religiose. Ciò nonostante, negli ultimi anni la libertà di credo è andata sempre più restringendosi. Per quanto riguarda il Cattolicesimo, lo Stato cinese non riconosce i vescovi nominati dalla Santa Sede, che sono soggetti a provvedimenti restrittivi della libertà personale, reclamando per sé il diritto alla nomina di questi ultimi. I cattolici cinesi dichiaratamente fedeli alla Chiesa Cattolica di Roma sono pertanto costretti a celebrare i propri riti in clandestinità.

Le nuove punizioni contro le “superstizioni feudali” rappresentano un ulteriore passo verso la limitazione della libertà religiosa. Ad essere presi di mira nel nuovo provvedimento, sono soprattutto alcuni capisaldi del taoismo e del buddismo quali la pratica del feng shui – l’arte della geomanzia che mira ad armonizzare l’universo – e quella della predizione del futuro. Quest’ultima comprende anche le tradizioni del buddismo tibetano relative alla rinascita dei lama. Secondo la Xinhua, agenzia ufficiale cinese, “un gran numero di funzionari comunisti di alto livello sono stati accusati negli ultimi anni di prendere parte a queste pratiche”.

Se nella vecchia edizione del 2003 delle regole interne, le “superstizioni feudali” erano incasellate “solo” nelle “attività che disturbano la produttività” del Partito, la nuova versione prevede invece una nuova categoria apposita. Ora la pena per chi “organizza” queste attività è l’espulsione e in un secondo momento la messa in stato di accusa; chi “partecipa” viene prima ammonito e poi espulso. Secondo diversi esperti, questa serie di restrizioni dimostra la volontà del governo centrale di mettere sempre più nel mirino le cinque religioni non autoctone del Paese. Il governo cinese si dichiara formalmente “laico” e, in quanto tale, non riconosce alcuna religione come “di Stato”. Ma il pensiero che più di ogni altro condiziona tuttora la morale e il comportamento dei cinesi è il confucianesimo e il culto degli antenati, una delle sue espressioni più note.

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