RIPARTIRE DOPO UN ANNO DI MORTE

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anno di terrore

Da Parigi a Tunisi, da Bangkok a Garissa fino alle città nigeriane. Storie di terrore e sangue che hanno macchiato in modo indelebile l’anno appena concluso, che sarà ricordato soprattutto per il “salto di qualità” del jihad internazionale. Non più cellule organizzate e coordinate da una sorta di “cupola” ma cani sciolti, addestrati per colpire e uccidere in modo indiscriminato. Sembra passato un secolo da quando i qaedisti di Osama Bin Laden concentravano gli attentati su luoghi simbolo del progresso e del potere occidentale, dalle Torri Gemelle alle metropolitane, passando per le ambasciate. La morte è diventata invisibile, pronta a manifestarsi all’improvviso e ovunque: stadi, ristoranti, redazioni di giornali, scuole, sale concerti e università. Una minaccia costante a quella quotidianità in cui, sinora, ci siamo sentiti al sicuro. Uno schiaffo alla libertà che questa parte del mondo ha saputo conquistarsi.

Stato islamico, al-Qaeda, Fronte al-Nusra, Boko Haram, al-Shabab. Tanti nomi e un solo obiettivo: terrorizzare. Fine raggiunto attraverso le stragi andate in scena negli ultimi dodici mesi. “L’estremismo violento è una minaccia per la pace e la sicurezza del mondo, danneggia i suoi valori e mette a rischio i nostri popoli”, ha detto il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, in un forum sul terrorismo a ottobre. “Gruppi come al-Qaeda, Daesh, al-Shabab o Boko Haram minano i valori universali del rispetto della persona e respingono la Carta Onu a favore della tolleranza e del vivere in pace”, ha aggiunto.

Le azioni dei jihadisti causano ogni giorno morti in Paesi come Siria, Iraq, Afghanistan, Nigeria e Pakistan, ma il loro obiettivo va oltre questi ultimi. Vogliono infatti che l’impatto mediatico delle loro azioni risuoni a livello mondiale, colpendo i Paesi più ricchi e ritenuti più sicuri. Proprio da questa strategia è nato l’attentato più grave della storia francese, a Parigi lo scorso 13 novembre, quando diversi militanti dell’Isis hanno seminato il terrore sparando con armi automatiche e facendosi esplodere in attacchi coordinati. Con 130 morti e centinaia di feriti, la Capitale transalpina, simbolo universale di democrazia e libertà, si è paralizzata e la Francia ha dichiarato guerra al terrorismo. Diventando il centro mondiale della paura, che si è propagata veloce come un’onda in ogni continente.

La Francia aveva già vissuto un drammatico attacco a gennaio, quando presunti militanti di al-Qaeda avevano assassinato 12 persone nella sede del settimanale satirico Charlie Hebdo. In entrambe le occasioni, i jihadisti sono riusciti a violare i sistemi di sicurezza, così come accaduto in altri sei episodi minori nell’anno. E le azioni hanno sfruttato la potenza delle trasmissioni delle notizie in diretta, attraverso centinaia di emittenti televisive e reti sociali che sono concentrate in contemporanea sui fatti. I terroristi hanno cercato la stessa risonanza mediatica anche per attacchi come quello di al-Shabab all’università di Garissa, in Kenya, dove furono uccisi quasi 20 studenti. O dopo gli attentati di Tunisi, prima contro il museo del Bardo e poi in spiaggia nella città di Sousse. In questi casi hanno scelto di colpire i Paesi ricchi non nel loro cuore geografico, ma nei simboli che sono al loro cuore: la cristianità degli studenti ammazzati in Kenya, gli occidentali in Tunisia.

E anche in questi casi ha funzionato, perché ha propagato la eco delle notizie e fatto crescere il senso di insicurezza e vulnerabilità. Lo stesso è avvenuto a Bangkok, quando sarebbero stati dei “lupi solitari” a commettere il peggior attacco terroristico nella storia del Paese, facendo esplodere due bombe in un centro commerciale e uccidendo una ventina di persone, tra cui vari stranieri. E ancora, gli oltre cento morti dell’attentato ad Ankara contro una marcia di pace cui partecipavano studenti e curdi, attribuito al Daesh, o l’aereo carico di turisti russi abbattuto sull’Egitto, non hanno fatto altro che rafforzare ancora il potere e la visibilità dei gruppi estremisti.

Così i jihadisti sono riusciti, secondo gli esperti, a trasmettere anche ai cittadini dei Paesi occidentali la sensazione che il pericolo si nasconda in ogni angolo e che nessuno sia al sicuro. Intanto, però, nonostante l’apparenza mediatica, continuano a essere i musulmani le prime vittime delle azioni del terrorismo islamista. Solo in Siria, in oltre quattro anni di guerra i morti sono stati più di 250mila, molti dei quali in attacchi terorristici. Le cifre ufficiali del 2014 riportano che il 79% dei morti per terrorismo è stato registrato in Iraq, Afghanistan, Pakistan e Siria, tutti Paesi musulmani, e in Nigeria, dove l’islam è maggioritario. Atti di violenza estrema quest’anno sono stati commessi anche a Maiduguri in Nigeria, Biyi in Iraq, Kunduz in Afghanistan, Kerawa in Camerun, Yamena in Ciad, al-Qadih in Arabia Saudita. Eppure, il messaggio che viene colto dall’opinione pubblica occidentale è diverso. Quello che essa ricorda sono solo gli attacchi contro il nostro mondo. Come se esistessero morti e sofferenze di serie A. Una visione miope, buona solo per fomentare il risentimento di popolazioni stremate dalla guerra. La paura che genera odio… E’ questa la più grande vittoria del jihad.

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