L’anno di Renzi

453
gentiloniana

Ecco, arrivati questo punto diventa sin troppo facile sostenere che il 2016 sarà l’anno del voto pro o contro Matteo Renzi. Certo, tecnicamente si tratta di una consultazione referendaria per stabilire se agli italiani piace o meno la riforma del Senato, e più un generale quanto fatto in materia di revisione costituzionale dall’attuale esecutivo. Ma non sfugge a nessuno il fatto che lo stesso premier, nel corso dell’interminabile conferenza stampa di fine anno abbia caricato quella consultazione popolare di un significato particolare, assegnandogli un valore assoluto. Giusto? Sbagliato? Non sta a noi esprimere, almeno in questa sede, un giudizio di merito sul voto in sé mentre è assolutamente necessario provare a ragione sul metodo.

L’attuale inquilino di Palazzo Chigi è arrivato dov’è senza essere eletto. Renzi non è passato dalla casella del voto, saltandola come si fa nel gioco dell’oca o del Monopoli. Matteo aveva le carte vincenti, Enrico Letta aveva quelle scadute. Dunque perdenti. Il resto lo hanno fatto i numeri del congresso del Pd e i rapporti di forza fra renziani e minoranza Dem. In fondo è la democrazia, bellezza, mutuando una celebre battuta coniata per descrivere la forza della stampa. Altri tempi. Ma i questi tempi di gufi e slide, di ripresa e saliscendi del Pil, tornare a parlare di voto, di italiani chiamati alle urne, è un buon segno. Soprattutto è la prova che l’encefalogramma delle regole della democrazia non è piatto. Perché se le prossima amministrative sono, saranno, un test squisitamente politico strettamente connesso ai potentati locali, con le inevitabili variabili legate ai candidati, il referendum sarà una vera prova ad personam.

“Si diceva che le riforme costituzionali sarebbero state l’ennesimo flop”, sostiene Renzi, invece l’11 gennaio saranno votate dalla Camera e ragionevolmente si andrà a stretto giro al Senato e poi immaginiamo il referendum a ottobre 2016 e saranno i cittadini a dire se sono riforme calate dall’alto”. E subito dopo il passaggio chiave: “Se perdo il referendum costituzionale considero fallita la mia esperienza in politica. Noi abbiamo fatto una scommessa sul referendum perché pensiamo che italiani vogliano un Paese più semplice e quindi lavoriamo su quello”.

Ecco, il punto non è il merito, eminenti costituzionalisti si sono già sfidati a colpi di codici e cavilli, emendamenti e postulati, senza arrivare ad una sconfitta o ad una vittoria certa, ma il metodo. Dopo oltre due anni di governo Renzi si mette (finalmente diranno in molti) alla prova del voto. A ottobre porrà la sua faccia sopra le urne e da quelle uscirà un dato certo, si spera.

E’ chiaro che da oggi gli italiani si ritrovano dentro una campagna elettorale permanente, una sorta di lavatrice politica senza soluzione di continuità, e questo potrebbe anche rivelarsi un problema e non una risorsa. Ma sta alle forze in campo trovare la chiave di violino giusta per accordare la propria musica con quella della base, degli elettori. Se non ciò non dovesse avvenire il rischio concreto è una distonia totale, un coro di stecche, una cantata senza cantanti intonati. Metodo dunque, più che merito. E proprio perché questo è il passaggio cruciale ci sarà anche da capire quale ruolo intende giocare il Movimento 5 stelle, l’eterna promessa.

I pentastellati, fra amministrative e referendum, hanno l’occasione per entrare nella vera autostrada della storia, sempre che abbiamo realmente voglia di abbandonare sentieri e stradine laterali, facili da percorrere, ma che non portano mai alla mèta. In altre parole per Grillo e Casaleggio è arrivato il momento di decidere cosa intendono fare da grandi. Soprattutto ora. Silvio Berlusconi, ormai, ha imboccato inesorabilmente il viale del tramonto. E siccome è sempre meno disposto a scegliere un successore, il tema dell’opposizione a Renzi si fa sempre più stringente. Una democrazia matura, per funzionare, ha bisogno di pesi e contrappesi, di maggioranza e opposizione. Ovviamente la variabile indipendente rispetto al quadro sin qui tratteggiato è l’economia. I numeri delle stime non sono verbo o granitica certezza, e per questa ragione dovremo capire come si muoverà l’Europa e quali margini concederà all’Italia e se il mercato interno riprenderà vigore. Quasi con disarmante schiettezza Renzi ha ribadito che il Paese riparte se gli italiani tornano a spendere. Già, quali soldi, però, se il fisco si prende la parte maggiore? E l’invito a intaccare il risparmio è da considerarsi una ricetta economica o l’arma della disperazione? Anche in questo caso è una questione di metodo più che di merito….

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

NO COMMENTS

LEAVE A REPLY