IL NATALE DI UMAR

352
  • English
  • Español

“Quando guardo quelle immagini in tv, dove migliaia di ragazzi miei coetanei camminano per settimane, sfidando il freddo e le acque del Mediterraneo per tentare di raggiungere l’Europa, rivedo me stesso”. Ha le lacrime agli occhi Umar, un pakistano poco più che ventenne, mentre ripercorre la lunga odissea che lo ha portato a lasciare il Paese in cui viveva per fuggire dai bombardamenti della guerra. “Non hai altra scelta. Lasci la tua terra per salvare te e la tua famiglia”.

Viveva in Libia, insieme ai genitori e ai suoi due fratelli. Una famiglia normale, come tante. La loro era una bella casa; il padre il padre lavorava mentre e la madre accudiva i figli. Un giorno, all’improvviso, è cambiato tutto: “Ai primi di maggio del 2011 – ricorda il giovane – mia madre si era recata in Pakistan per salutare i suoi familiari; mio padre andò a prenderla. Io e i miei fratelli rimanemmo a casa. Una notte fummo svegliati da un rumore assordante e dal fuoco che, da lì a pochi minuti, avrebbe divorato la nostra casa. Fummo bombardati”.

I tre fratelli fuggono dalla loro abitazione con indosso la biancheria da notte. Attorno a loro l’inferno: il pavimento era bollente, l’aria irrespirabile. “Da lontano guardavamo casa nostra che bruciava. Ci colpivano i colori di quel fuoco. Dopo poco ci guardammo negli occhi e capimmo che da quel momento nulla sarebbe stato più lo stesso”. Grazie agli aiuti di un amico, Umar e i suoi fratelli di 12 e 17 anni riescono a fuggire.
“Eravamo soli, senza documenti. Abbiamo visto che molta gente scappava dalla Libia a bordo di imbarcazioni e così decidemmo di farlo anche noi. Riuscimmo a salpare a bordo di un barcone. Dopo due giorni di viaggio, l’imbarcazione tocca le coste italiane. “Approdammo a Lampedusa. Ma non sapevamo dove fossimo; qualcuno diceva che era la Tunisia, altri la Libia. Eravamo confusi e spaventati. Ma contenti di essere insieme”.

La loro odissea continua. Nella piccola isola ci rimangono solo alcuni giorni perché tutti e tre minorenni. Vengono prima trasferiti in una comunità di Pian del Lago, un sobborgo di Caltanissetta. Da lì, un altro trasferimento. La destinazione è Termini Imerese, nel palermitano. Gli anni passano e Umar, insieme ai fratelli impara la lingua italiana. Frequentano la scuola e riescono perfettamente ad integrarsi nel tessuto sociale. Uno schiaffo a chi descrive gli immigrati solo come criminali.

Riescono anche a riprendere i contatti con i genitori. Ma loro sono rimasti in Libia, impossibilitati a lasciare quel paese straziato dalla guerra. Per i tre fratelli inizia un nuovo lungo viaggio, questa volta nella burocrazia italiana, per ottenere il permesso di soggiorno. “Era un problema gravissimo – dice Umar -. Non potevo lasciare Termini Imerese senza documenti. Per avere il permesso di soggiorno dovevo andare all’ambasciata del Pakistan a Roma”. Ma per raggiungere la capitale, serve il permesso di soggiorno, altrimenti si rischia l’espulsione. Uno schiaffo a chi ha tutti i requisiti per ottenere lo ius soli ma non può richiederlo a causa della trafila burocratica.

Grazie all’insistenza di una tutrice che li assiste, dopo tanti via vai dalla Questura di Palermo, si riesce a trovare una soluzione a breve termine: un permesso di soggiorno di 24 ore “per permettermi di raggiungere l’ambasciata a Roma”. Le cose sembrano finalmente andare nel verso giusto, ma i guai non sono finiti. All’Ambasciata sbagliano il cognome di Umar. È l’inizio di un’altra odissea burocratica.

Tutto si risolve per il meglio e i tre fratelli riescono ad ottenere il permesso di soggiorno. Oggi Umar è all’ultimo anno dell’Istituto tecnico Stenio di Termini Imerese; il fratello maggiore svolge la funzione di mediatore culturale a Caltanissetta, mentre il più piccolo va a scuola. Per lui questo è un Natale di pace dopo tante difficoltà. “Vogliamo dare una mano d’aiuto a quei profughi che oggi sono in difficoltà, lo stesso aiuto che abbiamo avuto noi”. Dopo la maturità gli piacerebbe andare a studiare in Inghilterra. “Vedremo cosa mi riserva il futuro – dice con un sorriso -. Intanto resto in Sicilia ad aiutare gli altri. Quando vedo quelle immagini in tv – conclude – rivedo me i miei fratelli. E quando vedo quei muri costruiti per impedire ai profughi di passare mi arrabbio. I muri vanno abbattuti e non costruiti”.

 

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

1 COMMENT

  1. Caro Ummar,
    C’è un proverbio Italiano che dice:
    “La gatta che si è scottata con l’acqua calda ha paura anche dell’acqua fredda”
    Porti un nome importante.
    Il (santo) Califfo che portava il nome che porti, nell’anno 638 dell’era cristiana, quando, dopo aver conquistato Gerusalemme, fu invitato a pregare nel tempio del Santo Sepolcro dal Patriarca Sofronio, rispose:
    “No, non entrerò in quel tempio, perchè se entrassi diventerebbe sacro all’Islam e voi non potreste più pregare il profeta Gesù.
    Costruirò qui vicino una piccola moschea rivolta ad esso per pregarlo”.
    Quella, che esiste ancora, è la vera Moschea del Califfo Ummar (Omar, problemi di trasgrafìa dall’alfabeto arabo) e non come erroneamente molti ignoranti occidentali chiamano, la Cupola della Roccia.
    Quella moschea è a testimonianza della possibilità di convivenza delle nostre fedi senza cattiveria ed acrimonia né soprusi e sopraffazioni.
    I sedicenti califfi di oggi, cui non basterebbe neppure la Dhimma per rapportarsi con le altre fedi sono di un’altra pasta.
    Si appellano ad una interpretazione distorta del sacro Corano e della Umma per cercare di sopraffare e soggiogare il mondo intero.
    E per ottenere questo folle disegno uccidono, saccheggiano e, quel che è peggio, cercano di plagiare coetanei tuoi e dell’età dei tuoi fratelli perchè compiano ciò che hanno compiuto a Parigi e nel mondo.
    Basta una sola goccia di questo veleno per avvelenare lo spirito di questo mondo che ti ha accolto e renderlo sospettoso ed incattivito, fargli erigere muri e steccati, portare la guerra nelle terre dove hanno piantato la bandiera nera.
    La tua missione ora diventa quella di far capire quale sia l’occasione che ti è stata data e mettere in guardia la “tua gente” dal cedere alla tentazione dei ghūl, gli ʿafārīt, le siʿlāt e aprire gli occhi su cosa possono avere in cambio di sincerità e cuore aperto
    Giovanni

LEAVE A REPLY