AFGHANISTAN: TALEBANI IN CAMPO CONTRO IL DAESH, OPERATIVE LE FORZE SPECIALI Il gruppo fondamentalista ha da tempo ingaggiato una dura lotta, militare e politica, contro il Califfato

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I talebani stanno creando una forza militare speciale composta da oltre mille combattenti per combattere il Daesh in Afghanistan. Il crescente consenso acquisito dal gruppo guidato da Abu Bakr al-Baghdadi sta, infatti, mettendo in seria difficoltà il movimento fondamentalista, al potere nel Paese sino all’arrivo della coalizione guidata dagli Stati Uniti nel 2001. Lo hanno riferito fonti talebane alla Bbc, precisando che i commando stanno diventando operativi nelle province dove l’Isis è già presente o potrebbe insediarsi. Tra queste ci sono Nangarhar (Est), Farah (Ovest), Helmand (Sud-Ovest) e Zabul (Sud-Ovest). Scontri tra talebani e Isis sono in atto dallo scorso aprile, con centinaia di morti su entrambi i fronti.

Da ottobre, le unità speciali avrebbero ucciso decine di jihadisti del Califfato, così come l’Isis avrebbe assassinato decine di talebani, in particolare nella provincia di Nangarhar. Al momento, precisa la Bbc, sembra che Daesh sia stato eliminato nelle zone Sud e Ovest del Paese, ma conterebbe ancora piccole cellule di combattenti nell’Est dell’Afghanistan, in particolare nelle province di Nangarhar e Kunar. L’Isis starebbe cercando di insediarsi anche nel Nord, per saldarsi poi con i miliziani uzbeki, tagiki, ceceni e uiguri oltreconfine.

Le due organizzazioni si sono dichiarate guerra nel gennaio 2015 dopo che le milizie di al-Baghdadi annunciarono la creazione di una propria cellula afgana, battezzata Khorasan, dal nome dell’antica regione che comprendeva Afghanistan e parte dei vicini Pakistan, Iran, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Immediata la reazione dei talebani, che intimarono all’Isis di smetterla di “creare un fronte jihadista parallelo”: in una lettera aperta al leader Isis, Abu Bakr al Baghdadi, datata 16 giugno, i talebani scrissero che sarebbero stati costretti a difendersi. Una settimana dopo, il portavoce dell’Isis, Abu Muhammad al Adnani, accusò quanti si opponevano al Khorasan di commettere un crimine religioso, affermando che ai combattenti dell’Isis era stato ordinato di “non avere pietà o compassione” verso quanti “non si pentono e non si uniscono al Califfato”.

La sfida posta dall’Isis ai talebani non è solo militare, ma anche ideologica, sottolinea la Bbc, professando di voler “imporre il Tawhid (monoteismo) e sradicare Shirk (politeismo)”, facendo riferimento a un islam più tradizionale. I leader religiosi talebani hanno risposto con editti religiosi (fatwa) contro la legittimità e l’ideologia dell’Isis, giustificando così, anche su basi religiose, la lotta ai jihadisti di al Baghdadi. Il sedicente Stato islamico sta così conducendo un’aggressiva campagna di reclutamento, puntando soprattutto ai comandanti afgani espulsi o degradati. L’Isis ha cercato di sfruttare anche la lotta di potere scoppiata all’interno dei talebani in occasione della nomina del successore del mullah Omar, lo scorso giugno. A favore del Daesh giocherebbero soprattutto le vaste risorse finanziarie di cui dispone: molti, soprattutto i giovani disoccupati, sono stati attratti da salari pari a 500 dollari al mese. Tuttavia, molti miliziani avrebbero deciso di “aspettare e vedere” come evolverà la lotta tra i due gruppi, per timore della risposta talebana a una dichiarazione pubblica di fedeltà all’Isis.

Di fatto, pur rappresentano una minaccia, l’Isis ha anche aiutato i talebani, ha rimarcato oggi la Bbc: i leader talebani hanno infatti avviato un dialogo con diversi Paesi della regione, garantendo il proprio impegno contro un’eventuale insediamento del Califfato in Afghanistan, considerato una minaccia alla stabilità regionale. Tanto che Iran, Cina e Russia hanno già deciso di riparire i canali di comunicazione con i combattenti afgani. Oggi quindi i talebani si trovano a combattere contro due nemici: lo Stato islamico e il governo afgano e i suoi alleati internazionali. Da parte sua l’Isis sta incontrando difficoltà a imporsi in uno scenario tanto congestionato, ma se ci riuscisse, ha scritto la Bbc, vorrebbe dire la fine di ogni speranza per il processo di pace in Afghanistan e una crescente instabilità nella regione. “Se gli Stati regionali non adottano un piano comune per portare stabilità – ha concluso la Bbc – le prospettive per la regione appaiono fosche”.

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