DON FABIO ROSINI: 10 COMANDAMENTI PER TORNARE A DIO

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Don Fabio Rosini è un sacerdote che vive con passione la sua missione tra i giovani. Nel suo agire in Cristo, sono loro il punto di riferimento, partenza e fine di ogni sforzo quotidiano. Biblista affermato, opera nella Diocesi di Roma ed è molto conosciuto per aver ideato un progetto di catechesi sui Dieci Comandamenti, diffusosi poi a macchia d’olio in tutta Italia. È direttore del Servizio per le Vocazioni della Diocesi di Roma; sin dall’inizio, ossia nel 1993, gli incontri sui Dieci Comandamenti hanno avuto il fine primario di far conoscere ai giovani il volto di Gesù, aiutandoli a discernere la Volontà di Dio, e consentendogli di imparare a prendersi ‘la parte migliore’, intesa come la propria vocazione.
In Terris lo ha incontrato a Roma, e gli ha posto qualche domanda viaggiando tra presente e futuro, tra la necessità di dare punti di riferimento e l’esigenza di costruire una Chiesa sempre più solida.

Come vede il mondo dei giovani oggi?
“È una domanda complessa. Possiamo dire che oggi i giovani non ci sono, perché vivono in uno stato di confusione totale. È difficile per loro sopravvivere ad un mondo ambiguo, poco protettivo, scoraggiante. I ragazzi oggi sono usati come fonte di guadagno per tanti sistemi mediatici, di divertimento e porcherie varie che gli fanno fare. Non vengono praticamente curati, formati, aiutati, accolti, compresi, capiti. Pensando alle vocazioni, il problema non è che manchino i pesci da pescare, ma è assente proprio l’acqua. Manca un luogo dove prendere sul serio la vita dei ragazzi e delle ragazze di questo mondo. Dargli dignità, sostanza, dare loro il diritto alla bellezza”.

Da Papa Benedetto XVI in poi la parola “relativismo” ha assunto un significato sempre più pesante. Anche questo è un male dei giovani? Sembra non abbiano più punti di riferimento, perché tutto è relativo?
“Noi abbiamo a che fare con una società che paga il crollo dell’autorità, attaccata per trecento anni dalla cultura europea; oggi siamo allo sgretolamento totale, quindi oggi il ruolo autorevole è odioso e allo stesso tempo non viene esercitato. Questi poveri ragazzi crescono senza padri. Non abbiamo figure confortanti, di protezione, paterne appunto. A voler fare un paragone matematico, in un sistema di assi cartesiane, tra ascisse e ordinate c’è bisogno dello zero, e qui non si sa dov’è. Tutto è uguale, è lo stesso… Vivere, morire, fare cose belle, cose brutte… Tirare a campare”.

Come se ne può uscire?
“Avendo coscienza che, di fatto, tutto questo non è vero. Che i giovani siano superficiali è un’assurdità, una menzogna. Hanno una bellezza interna strepitosa, basta dare loro una chance. Hanno una straordinaria voglia di vivere, ma va concessa l’opportunità di esprimersi dandogli credito. Si cresce dalla fiducia, e ciò che è accaduto, mancando l’autorità, è proprio la perdita di fiducia di un padre, un maestro, una guida che ti dice ‘ce la puoi fare’. Qualcuno che ti insegni a tirare fuori qualcosa di bello. Se tutto ciò viene fatto ai giovani, loro volano…”

La Chiesa sta attraversando un momento particolare. Bello, per il Giubileo che porta la Misericordia nel mondo, brutto per gli scandali e gli attacchi che subisce. Come vede questo periodo e quanto può incidere sul percorso vocazionale?
“Se per ‘attacco’ intendiamo quello esterno contro la Chiesa, non c’è problema; quello ci serve sempre, ci fa crescere, ci costringe a diventare un po’ più asciutti, veri. Questo edonismo clericale è una perdita di tempo infinita, e purtroppo è molto diffuso; se viene criticato dall’esterno, può essere salutare. L’attacco esterno dunque non spaventa: le terre di persecuzione sono sempre state terre di santi.
È dall’interno che il problema si fa pericoloso. Nella Chiesa si muore spesso di ‘fuoco amico’. E lo abbiamo visto ultimamente, con le critiche al Santo Padre. Tutto sommato però che venga fuori non è male, dobbiamo scrollarci di dosso tanta zavorra. C’è molto da lavorare, e ringraziamo Dio che Francesco ha questa linea”.

I suoi giovani quando osservano queste polemiche, cosa le dicono?
“La conversione è un’esperienza che si fa in prima persona singolare. Quelli superficiali si lamentano, quelli che hanno iniziato a camminare un po’ dicono a se stessi: bisogna fare qualcosa”.

Partendo da un rapporto personale con Dio…
“Senza dubbio. Non si può fare nulla per ideologia, per astrazione; o c’è un impatto personale con il bene e con l’amore di Dio, o altrimenti le cose appaiono solo come ‘facciata’ per poi frantumarsi nel quotidiano. Solo quando c’è l’incontro con la Misericordia di Dio arriva il cambiamento autentico”.

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