IL CALIFFATO ALLE PORTE

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il Califfo alle porte

Il Califfato è alle porte. Di fronte alle coste della Sicilia, ad appena 400 chilometri da Lampedusa. I sanguinari uomini in nero sono lì sull’altra sponda del Mediterraneo. Come nel Medioevo risuona il grido di allarme: “Stanno arrivando li saracini!”. Errori, omissioni e interessi contrastanti tra le diverse potenze regionali non disgiunte dalla colpevole inerzia dell’Europa stanno trasformando la Libia in una nuova Somalia. Uno Stato non Stato dominio di milizie e tribù che si contendono fette di territorio e dove il fondamentalismo ideologico trova terreno fertile. Dopo la morte di Muammar Gheddafi e la fine del suo regime la Libia ha vissuto appena pochi mesi di equilibrio trasformandosi ben presto in un complesso scenario dove si è materializzato l’incubo di una guerra civile, meglio di una “fitna” per dirla con il mondo arabo. Islamisti contro laici.

Tribù prima sottomesse e ora intenzionate a farsi valere con le armi. La violenza che ha allargato il solco delle divisioni ha favorito la crescita di organizzazioni estremiste che hanno scelto di giurare fedeltà al Califfo di Raqqa, Abu Bakr al Baghdadi. Un piccolo nucleo che si è andato via via ingrossando riuscendo una conquistare città e proclamando la creazione di un Emirato a Derna. Un sorta di enclave del lo Stato islamico di Siria-Iraq al centro del Mediterraneo a due passi dell’Europa. Un primo passo verso la rinascita dell’impero Ommayade che estendeva i suoi confini da Damasco attraverso tutto il Nord Africa fino all’Andalusia. I nuovi saraceni hanno subito dimostrato la loro fedeltà al Califfo nero diffondendo quel video divenuto tragicamente famoso della decapitazione dei cristiani sulla spiaggia. Da quel giorno i fedelissimi dello Stato islamico non si sono preoccupati solo di produrre immagini truculente per terrorizzare l’Occidente ma hanno portato avanti una strategia militare per conquistare territorio. Da Derna si sono spinti fini a Sirte minacciando di raggiungere Tripoli. Una strategia dettata da opportunità politica e militare. Infatti spingersi a Est è più facile: le tribù della costa non vedono di buon occhio la supremazia degli islamisti insediati a Tripoli legati a tribù da sempre avversarie che in precedenza avevano le avevano sottomesse . Oltretutto le milizie di Misurata e Tripoli non godono del sostegno internazionale e solo marginalmente di quello dell’Arabia Saudita. Non ultimo la vicinanza al confine con la Tunisia da dove provengono molti dei combattenti stranieri nelle file dell’Isis.

E non è finita. Mentre in Occidente si discute e i Paesi arabi si dividono il Daesh avanza e ha occupato Sirte aumentando di molto il territorio sotto il loro controllo. Inutili i tentativi delle milizie di Misurata di riconquistare la città natale di Gheddafi. L’Is la sta trasformando nella sua capitale. Tribunali speciali, divieto di fumo e alcol. Spente le televisioni che trasmettono partite di calcio e ammutolite le stazioni radio che diffondevano musica. Permessi solo canti che celebrano le gesta dei mujheddin. Non solo divieti. Gli uomini dell’Is hanno aperto ambulatori, pagano diaria alle vedove. Dopo gli attacchi di Parigi hanno voluto festeggiare girando per le strade a distribuire dolci e caramelle. E buona parte della popolazione sembra accettare il nuovo “governo salafita” dopo la fallimentare gestione del dopo Gheddafi.

Dal punto di vista militare il Califfato ha preso di mira i pozzi della mezzaluna petrolifera ma a differenza del confratello siro-iracheno che li sfrutta, i libici li hanno dati alle fiamme. Nei giorni scorsi, con una manovra a tenaglia, attraverso il deserto, i jihadisti di Sirte è riusciti con un blitz a impossessarsi per un giorno di Sabrata, antica città romana a ovest di Tripoli. Un avvertimento al governo golpista di Tripoli e al tempo stesso un monito all’Occidente. Alle milizie di Tripoli, dalle quali hanno ottenuto la liberazione di alcuni prigionieri, hanno fatto capire di essere in grado di accerchiare l’ex capitale e quindi prenderne il controllo. All’Occidente hanno dimostrato di essere pronti a seminare distruzione nei siti archeologici patrimonio del’umanità come è già accaduto in Siria a Palmira e Iraq a Ninive. Del resto Abu Qurayn , l’ultimo avamposto in mano all’Is a ovest di Sirte dista 400 chilometri dall’altro sito archeologico di Leptis Magna la patria dell’imperatore Settimio Severo.

Il consolidamento dell’Is in Libia si sta rafforzando in questi ultimi due mesi da quando cioè si sono intensificati gli attacchi aerei sulle terre del Califfato e curdi da un lato e forze lealiste di Assad stanno riconquistando le posizioni in Siria. Questa situazione ha spinto molti combattenti a trasferirsi in Libia dove continuare la loro folle jihad. Negli ultimi giorni è stata segnalata la presenza di molti combattenti stranieri in Libia tra le file dell’Is. Anche alcuni europei. Alcuni arrivati per mare partendo dalla Turchia, altri attraverso il Sinai e il deserto libico. Il rischio che l’Is possa creare una nuova base in Libia ci sono tutti al punto che diverse fonti qualificate, nei giorni scorsi, avevano dato per certa la possibile presenza del califfo Abu Bakr al Baghdadi e del leader di Boko Haram Abubakar Shekau in Libia, dove si sarebbero incontrati in un’oasi del deserto. Tutto di fronte alle coste dell’Italia frontiera sud dell’Europa.

La conferenza di Roma sulla Libia ha avuto il pregio di riunire tutti gli attori coinvolti: dai Paesi arabi agli Stati Uniti, Russia e Europa. Qualcosa si è mosso ma l’Is non aspetta e la sua velocità è maggiore della nostra troppo legata a compromessi e a mantenere equilibri ormai obsoleti. Guai a ripetere schemi da guerra fredda o da neocolonialismo. Non è più quell’epoca. Nuove strategie sono necessarie se non vogliono limitarci a gridare come i nostri antenati “Arrivano li sarecini”.

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