RENZI CHIUDE LA LEOPOLDA: “SE SI VOTASSE OGGI VINCEREMMO AL PRIMO TURNO” Il premier sul palco della convention fiorentina: "Sono il leader del partito della ragione. Alternativo al disfattismo"

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“Guardate che casino abbiamo combinato. Abbiamo rovesciato il sistema politico più gerontocratico d’Europa partendo da qui”. Matteo Renzi, per qualche minuto, ha svestito i panni del premier per tornare il rottamatore che dalla Leopolda lanciava la sua sfida al sistema politico italiano, a partire dallo stesso Pd. In due anni le cose sono cambiate e il segretario dem oggi si definisce il leader del “partito della ragione”. Ma la presa sul “suo” pubblico è sempre quella: la platea della convention fiorentina esplode quando proclama “Non abbiamo bisogno di dare ‘mancette’ elettorali, come ci accusano. Se si votasse ora vinceremmo al primo turno, con una percentuale maggiore di quella delle europee”.

Sul podio da cui parla il segretario non ci sono bandiere del Pd, neanche quest’anno. Perciò la minoranza del partito ha declinato l’invito e polemizzato. Ma Renzi difende la scelta: “Questo è uno spazio di libertà ma la bandiera ce l’abbiamo tatuata nel cuore. Quelli che ci chiedevano di mettere le bandiere se ne sono andati dal Pd. Noi siamo qui”. Di più. Il leader dem prova a rovesciare la narrazione di un partito della nazione “acchiappatutto” e – senza mai citare le parole destra e sinistra – rivendica che se c’è “tanta gente”, più di prima, a “guardare al Pd” è “semplicemente perché c’è un partito della ragione che ci vede alternativi al nichilismo e al disfattismo”.

E’ la Leopolda numero sei e la più oscurata dalle polemiche per il caso delle quattro banche salvate dal governo che investe proprio Maria Elena Boschi, che della kermesse è da sempre anima e simbolo. Il ministro resta a bordo palco, insieme ai colleghi Padoan e Pinotti, a moglie e figli del premier e ai tanti parlamentari lanciati dalla Leopolda sulla scena nazionale. Una nuova classe dirigente che “fa certo molti errori”, ma, rivendica il leader, “ha coraggio”. Una classe dirigente rappresentata nella mattinata dal palco da amministratori locali come Stefano Bonaccini e da imprenditori come l’amico Oscar Farinetti (“L’Italia non esporti più armi da guerra”, è una delle sue proposte “irrealizzabili”). Una classe dirigente che Renzi ha portato nei consigli di amministrazione delle aziende partecipate dallo Stato: “Non è mica colpa mia se in questi anni abbiamo invitato tanta gente perbene e brava…”. Ma “il bello deve ancora venire”, dice il leader dem, che invita però a non perdersi per strada i fondamentali come “l’insegnamento del dettato alle elementari”. Avanti senza “vivacchiare” fino al 2018, promette.

E rivendica quanto fatto, dall’elezione di Sergio Mattarella, che scrive una “pagina nuova”, passando per il Jobs act, che “funziona non solo per il fattore C…”, fino al referendum costituzionale del prossimo ottobre che “segnerà la storia della legislatura” e per il quale Renzi chiede di mobilitare “mille Leopolde” in tutta Italia. Infine, due capitoli delicati come migranti e Sud. Sui migranti “posso perdere un punto nei sondaggi ma non la faccia”, ribadisce mentre attacca l’Europa: “Ci fanno la procedura di infrazione perché non abbiamo preso qualche impronta, ma l’Ue burocratica fa del male a se stessa”. Sul Sud la risposta, afferma Renzi, è nelle misure, incluso il credito d’imposta, della legge di stabilità. “Basta chiacchiere. Chi ha il coraggio e la forza di intervenire lo faccia anche perché tutti i governatori sono nostri: con che faccia ci ripresentiamo alle prossime regionali?”, dice. Poi la battuta: “Se De Luca non risolve il problema Terra dei fuochi è un personaggetto…”

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