SIRIA, I PASTORI INSIEME AL GREGGE Intervista al Vicario del Patriarcato siro-cattolico di Damasco, Youhanna Jihad Battah

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Da un Paese martoriato dalla guerra intestina, che ha pure il “cancro” dell’Isis, la musica si leva come forza di pace. Ieri, nella splendida cornice della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, a Roma, l’Associazione “Amici di Dolores Sopegna”, nata nel 2011 da un gruppo di volontari, ha organizzato il concerto a scopo benefico “Roma canta Damasco”, con artisti di fama internazionale. I fondi raccolti serviranno a realizzare un presidio medico di pronto soccorso a Damasco. Tra i presenti, anche il direttore responsabile di In Terris, don Aldo Buonaiuto. Ospite d’onore, il vicario patriarca della Chiesa siro-cattolica di Antiochia, arcidiocesi di Damasco dei Siri, monsignor Youhanna Jihad Battah. Lo abbiamo intervistato. La verità che racconta è uno schiaffo a chi dichiara che serve una “transizione” di governo, in Siria.

Eccellenza, qual è la condizione dei cristiani in Siria?
“C’è molta paura, la gente in fuga. La situazione non è omogenea, dipende dalle zone e dai Paesi. A Damasco si sta bene, Aleppo è una zona rovente, invece. In Iraq, i cristiani sono perseguitati, scappano dal Paese. In Siria, la maggioranza ha deciso di restare. Assad è un buon presidente, un medico, oculista, un vero laico, che ha rispetto di tutte le religioni. È alauita, appartiene al ramo modernista dell’islam, mal visto dai fanatici sunniti”.

Perché questa guerra? È davvero una lotta interna, civile?
“Questa guerra è stata portata dall’esterno, Stati Uniti e Israele hanno finanziato i ribelli. Nell’Isis ci sono fanatici religiosi, ma anche mercenari, finanziati da altri Paesi dai quali ricevono soldi e armi. A Mosul si sono impossessati di ricchezze, petrolio, armamenti”.

Cosa pensano i siriani degli attacchi della Russia?
“Putin è davvero contro il terrorismo, cerca di debellare l’Isis. Altri sembrano giocare, fanno affari con loro, comprano il petrolio, li aiutano in modo diretto e indiretto”.

Gli Stati Uniti hanno dichiarato, nei giorni scorsi, che il Libano è tornato ad essere zona ad altissimo rischio. Qual è la vostra percezione?
“Il Libano è tranquillo, è un modello per tutti di convivenza pacifica tra culture e religioni diverse. Viviamo in pace”.

Cosa chiedono ai loro pastori i fedeli, in questi Paesi martoriati dalla violenza?

“Di aiutarli a tenere la fede, a mantenere la speranza, soprattutto. Chi sparge il terrore e la morte può distruggere le case, le chiese, non la fede nel cuore dei credenti. La chiesa locale aiuta chi ha perso tutto, accoglie i profughi. Anch’io ospito alcune famiglie. Noi pastori siamo in campo aperto, insieme alle pecore”.

Come risolvere la situazione? Quale appello vorrebbe lanciare alla Comunità internazionale?
“Bisogna davvero combattere l’Isis, fermarlo. Innanzitutto, non mandare armi e finanziamenti. La violenza crea violenza. Poi, ci vuole vera collaborazione e dialogo tra coloro che hanno davvero l’intenzione di fermarlo”.

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