LA LEGALITÀ PARTE DAI BANCHI DI SCUOLA Tantissimi studenti al convegno promosso ad Ancona dal ministero dell'Interno

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Una platea di giovani per parlare della cultura della legalità. Il confronto con le nuove generazioni sul concetto stesso di Stato, di convivenza civile, di rispetto delle regole è quanto di più importante per la crescita di una nazione; perché i valori non si leggono sui libri, si tramandano. E per farlo c’è bisogno di chi, a fronte di una lunga esperienza sul campo, si impegna a spiegare agli adolescenti l’importanza di un approccio corretto alla democrazia. Per questo il convegno “Legalità, un investimento per l’Italia e per l’Europa”, promosso dal Ministero dell’Interno, insieme alla Prefettura e alla Camera di Commercio di Ancona, a UnionCamere, all’Università Politecnica delle Marche e Obiettivo Sud è stato quanto mai opportuno ed interessante. A moderare, il Direttore della Sede ragionale Marche Rai, Giovanni Iannelli, che ha sottolineato proprio la necessità del confronto costante con i giovani.

Ancona si è trasformata per un giorno nella capitale culturale della legalità, e la caratura dei relatori ha dato spessore all’appuntamento. “La legalità – ha detto il vice capo della Polizia, Matteo Piantedosi – è un tema culturale e sociale prima ancora che legale e di sicurezza. La corruzione è un furto di libertà, e tutte le iniziative rivolte ai giovani su questo argomento rappresentano un investimento per il futuro da perseguire senza fare professione di rassegnazione”.

Dopo aver chiesto ai circa 800 studenti presenti di fare un minuto di silenzio, don Aldo Buonaiuto, della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, ha parlato loro dell’importanza di renderci insopportabile l’ingiustizia. Un richiamo a non sottovalutare la propria coscienza, ed anzi a darle voce in ogni momento della propria esistenza. “Non si può capire la legalità – ha detto don Aldo – senza ritornare a scuola di Verità, per abbattere tutte le ipocrisie che sono presenti nel mondo degli adulti”. Il discorso si è poi spostato sulle storie di donne vittime della prostituzione, storie di sfruttamento, dolore, violenza. Vicende ben lontane dalla presunta “scelta” che farebbero queste ragazze; al contrario, la criminalità sfrutta e schiavizza queste donne con la paura e la coercizione fino a rubare loro il futuro. “I primi responsabili di questo fallimento sociale e anche morale – ha sottolineato don Aldo – non sono i giovani ma gli adulti”.

Sul tema della legalità sono state messe a confronto più voci. Il presidente della Regione Marche, Luca Ceriscioli, ha sottolineato come nella statistica del Sole 24 Ore la regione sia considerata tra le più sicure: “La legalità si esprime anche nelle piccole cose quotidiane – ha detto -, come rilasciare uno scontrino, e nella testimonianza di vita, come quella del giornalista Peppino Impastato. Ma l’educazione alla legalità deve cominciare dagli ambienti di primaria socializzazione come la famiglia e la scuola”.

Un principio che per il prefetto di Ancona Raffaele Cannizzaro deve essere esteso anche ai media, che devono adottare “una corretta comunicazione”. “Se la legalità s’impara – ha sostenuto il rettore della Politecnica, Sauro Longhi – essa deve anche basarsi su una società giusta e solidale, costruita sull’incontro di culture diverse”.

Per Maurizio Carbone, segretario dell’Associazione nazionale Magistrati, conoscere e praticare la legalità conviene anche all’economia, favorendo le aziende sane e la crescita del Paese.

La legalità – secondo il procuratore generale della Corte d’Appello, Vincenzo Macrì – è assicurata dalla nostra Costituzione, ma stanno tentando di sfregiarla, mentre basterebbe solo rispettarla per assicurare l’osservanza delle regole. In realtà si può parlare di una Costituzione formale, fatta di principi, e di una materiale, basata sulla prassi, in cui la legge non è ai primi posti. Per meglio dire, siamo in un Paese a legalità limitata o sostenibile”.

L’illegalità in Italia si basa per Macrì “soprattutto sulla mancanza di volontà dello Stato nel combattere la mafia, di cui si limita a potare sporadicamente i rami militari, assieme al persistere di una criminalità sistemica basata sulla corruzione e sull’evasione fiscale, per cui l’83% dell’Irpef viene pagata solo dagli occupati in lavori dipendenti. A ciò si aggiunga – ha concluso – il pericolo di una saldatura tra mafia e terrorismo, perché è ormai evidente che i mezzi con cui opera l’Isis – traffico d’armi e di droga, furto di opere d’arte e rapimenti a scopo di estorsione – sono gli stessi della mafia”.

 

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