“TENGO FAMIGLIA” E TRUFFO LA SANITA’

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L’Italia degli sprechi sembra avere sempre nuovi crinali da esplorare, coni d’ombra dove accadono cose incredibili sotto gli occhi di tutti, e che realizzano immensi profitti in assenza pressoché totale di controlli. Ogni tanto qualche magagna viene fuori, come quella che raccontiamo e che ha visto una semplice impiegata di una Asl italiana riuscire a far sparire negli anni 4 milioni e mezzo di euro, ma chissà quante ancora ne esistono e gravano pesantemente sul bilancio già asfittico di uno Stato spesso incapace di gestire l’ordinario, una classe politica inadeguata e una popolazione che, in quota parte, contribuisce alla disfatta.

Questo caso è stato scovato dalle forze dell’ordine grazie alla denuncia di un onesto lavoratore della sanità che si è visto contestare dall’erario cifre mai percepite. Da lì le indagini, la condanna penale e, adesso, la richiesta di risarcimento da parte della Corte dei Conti. Ma come è possibile che una singola persona, in uno sperduto ufficio contabile, possa accaparrarsi oltre 4 milioni di euro e farla franca per anni? La storia inizia nell’operoso veneto, precisamente a Treviso dove – scrivono i giudici contabili nella sentenza n. 176/2015 Sezione giurisdizionale per il Veneto – una dipendente ha “sottratto, sistematicamente e per molti anni, una elevatissima somma di denaro, nella totale assenza di controlli dei soggetti che avrebbero dovuto vigilare sulla sua attività lavorativa”.

La donna era addetta alla contabilità e, inserendo nel sistema informatico matricole effettivamente corrispondenti a medici in servizio o anche fuori servizio, stornava soldi in favore di suoi parenti e amici. Non piccoli bonifici una tantum, ma veri e propri stipendi anche oltre i 4.5000 euro mensili. Persino la mamma è stata inserita trai beneficiari, come fosse un dottore in servizio alle Asl.

Non solo, ma non contenta dei soldi già rubati alla collettività, l’impiegata infedele come ne vedeva la possibilità inseriva anche cospicui premi di produzione, sempre in favore di parenti e affini (tutti “ovviamente” esterni al ssn).

Il sistema informativo veniva ingannato perché le matricole effettivamente esistevano, ma era il terminale dei bonifici che cambiava di volta in volta. Dunque il meccanismo perverso era più o meno questo: si inventavano prestazioni e ore lavorative mai effettuate, si metteva nel sistema la matricola di un dottore ma al contempo si inserivano gli estremi di un’altra persona per la ricezione del relativo bonifico. Un giochetto andato liscio almeno dal 1999 fino al 2007. Quando ha iniziato a scricchiolare.

Nel frattempo, l’Arsenio Lupin in gonnella, si avventurava anche in ardite operazioni contabili cartacee, oltre che informatiche. Tanto per recuperare altri soldi; in particolare ritagliava nella documentazione cartacea relativa agli stipendi di singoli medici in servizio la riga relativa agli importi, generalmente presente nella seconda o terza facciata, e la incollava nello stesso punto su documenti però di finti medici. Il documento veniva quindi fotocopiato e allegato alla nota di liquidazione. Uno schiaffo ai servizi di controllo interni.

Tale processo, iniziato presso il Servizio Gestione Rapporti in convenzione, si completava con l’espletamento delle fasi di competenza del Servizio Economico Finanziario. In questa doppia fase di controllo, però, mai nessuno per anni si è accorto di nulla. Nemmeno quando il nominativo della mamma dell’impiegata infedele, da destinataria di rimborsi per cure in Italia e all’estero, si è improvvisamente trasformato in percettore di uno stipendio mensile – sistema andato avanti per nove anni – per una cifra finale di un milione e 330mila euro. Nello stesso periodo la signora è stata beneficiaria anche di be due premi di operosità.

Se non fosse che sono soldi nostri rubati dalle casse della sanità pubblica, ci sarebbe da sorridere e prenderla con ironia: in effetti l’operosità dell’impiegata non può essere messa in discussione, tanto ha brigato per anni.

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