La “parabola” del vogatore

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Un effetto della personalizzazione della politica è il mito della palingenesi, l’aspettativa della rigenerazione affidata proprio all’uomo nuovo di turno. Come se prima di esso non ci fossero altro che macerie, malversazione o inettitudine. È una tentazione che mi sembra pervada oggi il campo democratico. C’è la retorica dell’anno zero. C’è il ventennio che abbiamo alle spalle raccontato come se tutti fossero stati uguali, tutti indistintamente responsabili. Destra e sinistra, berlusconiani e antiberlusconiani, riformisti e conservatori, onesti e meno onesti: nessuna differenza.

Non c’è invece la memoria delle conquiste dell’Ulivo, di uno slancio riformista che ha visto protagonista forse le migliori classe dirigente della nostra storia. L’ingresso nell’euro, il binomio “risanamento e crescita” di Prodi e Ciampi, le liberalizzazioni che hanno sbloccato il commercio o l’energia, le abitudini dei consumatori, la modernizzazione della scuola e del mercato del lavoro, un modo di interpretare il bipolarismo, figlio del Mattarellum, che per la prima volta aveva fatto dell’Italia un modello da studiare o da emulare all’estero, e non la patria in cui esercitarsi su fattispecie più o meno esotiche e certo estranee alla tradizione d’appartenenza. E poi un forte afflato di etica pubblica, di cui si preferisce enfatizzare le pretese (marginali) di supposta superiorità culturale, anziché lo spirito (diffuso, maggioritario) di dedizione alla collettività.

Non si è riusciti a cambiare il Paese, si obietta. È verissimo, ma gli errori sono riconducibili in larga parte proprio al venir meno di quell’intuizione originaria, agli egoismi personali e alle divisioni a scapito della comunità politica. “Chi ha sbagliato più forte”, per riprendere il titolo di un duro e bel libro di Marco Damilano, è chi ha messo sé prima del progetto comune, le proprie velleità prima dell’interesse del Paese.

Ho spesso pensato che una delle cause di tutto questo risieda nel “gioco dei remi impazziti”. Nel canottaggio si vince se si rema allo stesso ritmo, ma soprattutto nella stessa direzione. Poi, si può discutere su chi deve timonare e se l’andatura può avere aggiustamenti di rotta. In altri Paesi le elezioni servono proprio a questo: a cambiare timoniere e ad aggiustare i gradi della rotta o il ritmo della vogata, ma sapendo che non si può mettere in discussione l’insieme di ciò che si sta facendo. Sulla barca d’Italia, ogni rematore rema come gli pare ma, soprattutto, nella direzione che vuole. E molti vogatori tengono i remi alti sull’acqua, senza faticare o assumersi responsabilità. È più facile, per loro, se il timoniere rimane concentrato esclusivamente sui se stesso e sui propri successi. Salvo che così, poi, la barca non avanza.

La politica, e l’azione di governo in particolare, sono, invece, il gioco di squadra per eccellenza. Ognuno fa la propria parte perché ne ha le competenze, perché sente di essere in un insieme vincente, nel quale si trova a proprio agio, perché il suo contributo viene valorizzato in un modo che egli ritiene soddisfacente (…)

Ero e rimango convinto che la politica abbia dei limiti. È un bene che ci siano. È la lezione di Aldo Moro: senza il rispetto del limite, ogni cosa è politica e, al contempo, niente più è politica. Non c’è più servizio: tutto si riduce a potere. Dunque, se sei chiamato a “servire” il tuo Paese in una condizione di eccezionalità – guidando un esecutivo di “larghe intese” esposto, per definizione, alla necessità di ricercare un difficile equilibrio tra le forze della maggioranza di governo – il tuo primo dovere è fare solo quello. Farlo per bene, mantenendo un profilo il più possibile alieno da speculazioni. E allora non puoi che anteporre le istituzioni a tutto il resto, anche a te stesso e alle tue ambizioni.

Tratto da “Andare insieme, andare lontano” (ed. Mondadori)

 

 

 

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