L’IRAQ AVVERTE LA TURCHIA: “RITIRATE LE VOSTRE TRUPPE DA MOSUL” Secondo fonti Usa, sarebbero circa 1200 i soldati schierati da Ankara per riconquistare la capitale irachena dell'Isis

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Si alza la tensione tra Iraq e Turchia. Il governo di Recep Tayyip Erdogan è stato invitato dai vicini confinanti a “ritirare immediatamente” le sue truppe da Mosul – l’antica Ninive – città dell’Iraq settentrionale in mano allo Stato islamico dal giugno 2014. La richiesta è arrivata direttamente dal premier iracheno Haider al Abadi, invitando la Turchia a “rispettare le relazioni di buon vicinato” e precisando che Bagdad “non ha avallato nessun dispiegamento di truppe” turche nell’area. La Turchia ha risposto che nell’area sono presenti solo “150 soldati in missione di addestramento” assieme a 25 carri armati, ma da fonti statunitensi si apprende che i militari dispiegati da Ankara sarebbero circa 1.200. “Questo schieramento – ha affermato al Abadi – è una grave violazione della sovranità irachena” avvertendo i vicini che Baghdad “ritiene un atto ostile qualsiasi ingresso di forze di terra” straniere a cui il governo federale “risponderà di conseguenza”.

Secondo il portavoce delle Unità per la mobilitazione popolare (Pmu, milizie sciite) per la provincia di Ninive, Mahmoud Alsurja, in un comunicato stampa diffuso dalla stampa locale, il 3 dicembre scorso la Turchia avrebbe schierato in territorio iracheno “tre unità militari dotate di armi pesanti”. Secondo il portavoce delle Pmu, le forze di terra turche si starebbero preparando a sostenere la coalizione internazionale nell’offensiva per riconquistare Mosul. Inoltre, dopo l’accusa della Russia secondo cui la Turchia starebbe acquistando il petrolio estratto dallo Stato islamico nei giacimenti in Iraq e in Siria, il ministero del Petrolio iracheno ha invitato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad aprire un’indagine ufficiale sul contrabbando di petrolio ad opera dello Stato islamico.

“Chiediamo l’istituzione di una commissione d’inchiesta in sede Onu per attuare le decisione adottate in precedenza in relazione al contrabbando di petrolio iracheno, e identificare le parti coinvolte in questo processo, che siano individui, aziende o paesi”, ha detto un portavoce del dicastero di Baghdad. Quest’ultimo ha spiegato che l’Iraq perde “dai 300 ai 400 mila barili di petrolio al giorno” a causa dell’inattività della raffineria di Baiji, situata nella provincia centrale di Salah al Din, dove sono attivi i miliziani dell’Isis. Inoltre “Daesh” (acronimo arabo di Stato islamico in Iraq e Siria) contrabbanda grandi quantità di petrolio iracheno dai campi di Ajil e Hamrin, nella provincia di Salah al Din, attraverso la provincia settentrionale di Ninive, e da lì fino al confine. “Questa attività certamente finanzia le loro operazioni”, ha concluso il portavoce.

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