UN PAESE IN LETARGO

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Un letargo collettivo, un’apatia diffusa. La società italiana vive una sorta di coma vegetativo e ha perso interesse nella costruzione del futuro. A prevalere, secondo il Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2015 pubblicato dal Censis, è una “dinamica di opinione” che conduce a una “pericolosa povertà d’interpretazione sistematica”. Vince “la cronaca pura”: il singolo fatto è in grado di modificare la nostra visione delle cose, di farci precipitare in un pessimismo passivo. Questo inietta nella “vita quotidiana il virus della connessione”. Ciò porta a una “disarticolazione strutturale del nostro sistema” a una composizione sociale segnata dalla “molecolarità”. Prevalgono l’interesse particolare, il soggettivismo, l’egoismo individuale e non maturano valori collettivi e una unità di intenti. Manca cioè la quella coscienza civile che è alla base di una collettività in grado di essere artefice del proprio futuro.

In questo modo, spiega il Censis, crescono le disuguaglianze con una caduta della coesione sociale e delle strutture intermedie che l’hanno garantita. A ciò corrisponde una profonda “debolezza antropologica”, un “letargo esistenziale collettivo”, per l’appunto, dove i soggetti (individui, famiglie, imprese) restano in un “recinto securizzante, ma inerziale”. In sintesi, ne deriva una società a bassa consistenza e con scarsa autopropulsione: una sorta di “limbo italico” fatto di “mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone”. E i buoni segnali giunti sul fronte politico – in molti si dicono pronti a offrire il loro “generoso impegno” per la ridare slancio al Paese – vengono controbilanciati da una scarsa “reazione chimica” nel tessuto civile.

L’elemento oggi più in crisi è la dialettica socio-politica: non riesce a pensare un progetto generale di sviluppo dell’Italia a partire dai processi portanti della realtà ed esprime una carenza di elite. Così, la cultura collettiva finisce per restare prigioniera della cronaca (scandali, corruzioni, contraddittorie spinte a fronteggiarli, ecc.). In tutto questo si va costruendo uno sviluppo fatto di basi storiche, capacità inventiva e naturalezza dei processi oggi vincenti. Esempio ne sono i giovani che vanno a lavorare all’estero o tentano la strada delle start up, le famiglie che accrescono il proprio patrimonio e lo mettono a reddito (con l’enorme incremento, per esempio, dei bed & breakfast), le imprese che investono in innovazione continuata e green economy, i territori che diventano hub di relazionalità (la Milano dell’Expo come le città e i borghi turistici), la silenziosa integrazione degli stranieri nella nostra quotidianità. A ciò si accompagna anche un’evoluzione più strutturata, con il nuovo made in Italy che si va formando nell’intreccio tra successo gastronomico e filiera agroalimentare, nell’integrazione crescente tra agricoltura e turismo (con l’implicito ruolo del patrimonio paesaggistico e culturale), nel settore dei “macchinari che fanno macchinari” (la vera punta di diamante della manifattura italiana). E tuttavia questa dinamica spontanea viene considerata residuale: un “resto” rispetto ai grandi temi che occupano la comunicazione di massa.

Il Paese, dunque, dorme, inconsapevole delle proprie potenzialità. A prevalere è la cultura dell’adesso, figlia dell’incertezza che deriva dalla situazione economica post-crisi e dal plumbeo scenario internazionale, dove spirano sempre più forti venti di guerra. Temi che sono stati affrontati nel corso del convegno “Liberi dai Forti, un cantiere per la Polis”, organizzato dal movimento “Italia Più” e andato in scena lo scorso 30 novembre nella Sala Capitolare di San Salvatore in Lauro, a Roma. Al centro dell’evento la figura di don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, il quale “non si può avere fiducia passiva nella Provvidenza, né mai bisogna perdere il contatto con gli ideali”.

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