LIBERI DAI FORTI

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LIBERI DAI FORTI

C’è bisogno di un nuovo associazionismo popolare, di rappresentanza diretta, di un protagonismo di tutti i cittadini, e soprattutto, di un’assunzione di responsabilità da parte dei cattolici, che trovino, nel pensiero profetico di don Luigi Sturzo, il vigore morale e il coraggio per l’agire sociale.

È quanto è emerso nel convegno “Liberi dai forti. Un cantiere per la Polis”, organizzato ieri a Roma, dall’associazione per la formazione alla democrazia, solidarietà e responsabilità “Italia Più” insieme al quotidiano online “In Terris”, nel centenario della nomina di don Sturzo alla vice Presidenza dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani e, nello stesso anno, alla Segreteria generale dell’Azione Cattolica Italiana. La Sala Capitolare di San Salvatore in Lauro era stracolma. Segno del bisogno diffuso, tra la gente, di “buona politica”, davvero orientata al bene comune. Erano presenti rappresentanti di numerosi movimenti e associazioni d’ispirazione cattolica, ma non soltanto. Anche autorità delle Istituzioni di diverso orientamento politico e cittadini comuni. Uno schiaffo a chi dice che il populismo e l’anarchia hanno preso il sopravvento.

Quarant’anni dopo l’Appello ai “Liberi e Forti”, don Sturzo fece un Appello ai Siciliani, “Veri e umili”. Lo ha ricordato Salvatore Martinez, presidente del Rinnovamento dello Spirito e della Casa Museo Sturzo. “Si è liberi dai forti se si è veri, perché in contatto con la Parola che libera”, ha affermato Martinez. “La vera rivoluzione sturziana è la sintesi dell’umano con il cristiano, far tornare a parlare i primi con gli ultimi. La carità, l’amore, erano per don Sturzo una esigenza di giustizia”. Ha pagato il suo esercizio di verità con l’esilio. “Essere cristiano, in politica, era per lui sinonimo di moralità”. Quindi, Martinez ha lanciato un suo appello: “Amicizia, solidarietà, aiuto reciproco, sono le cifre dell’umanesimo cristiano. Virtù e competenza servono a risolvere i problemi, lo insegnava già Aristotele. Se seguiamo queste coordinate, ecco che potremo tornare a dare credito alla speranza”.

Questa è l’eredità che don Sturzo ha lasciato al nostro tempo: “Formare la classe dirigente di domani. E il domani inizia il mattino seguente”, ha detto Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte Costituzionale. “Si è liberi dai forti se si ha la forza di essere presenti, fare sentire la propria voce, aggregarsi”.

L’associazionismo cattolico è tra gli interessi prioritari del Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace”, ha riferito il Sottosegretario Flaminia Giovanelli. Tra i membri del Dicastero della Santa Sede, anche monsignor Michele Pennisi, postulatore della causa di beatificazione di don Luigi Sturzo, che ha posto “la questione morale” tra i motivi di eroicità di fede del sacerdote siciliano. Per Giovanelli, “la visione politica di don Sturzo è un esercizio di carità, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa”. E ha aggiunto: “È questo il momento di non rifugiarsi nelle sacrestie, di non rifiutare la politica come una cosa sporca, ma sporcarsi le mani per ripulirla”.

Ecco, allora, il valore di un “cantiere”, nel quale “formare le coscienze, spesso atrofizzate dal bombardamento mediatico”. La figura di don Sturzo è quella di un capomastro, di guida, per il suo coraggio e determinazione cristiana nel difendere la persona umana e fare comunità”, ha detto don Aldo Buonaiuto, consigliere spirituale, sacerdote della Comunità Papa Giovanni XXIII, direttore responsabile e fondatore di In Terris. “La sfida della realtà ci invita tutti al cambiamento. È entrata in crisi la forma ‘partito’, i cittadini hanno perso fiducia nella politica e nelle istituzioni. Aumenta la povertà e ci sono nuovi poveri. Cambia il lavoro. Cresce il numero delle persone sole, disorientate, senza futuro, senza lavoro, senza dignità. Crescono i problemi, ma diminuiscono le soluzioni. In particolare, noi cristiani siamo chiamati a fare qualcosa di più, di straordinario, per i fratelli che soffrono, con il coraggio che s’impara alla scuola di Gesù”. Dunque, “è arrivato il tempo dell’azione e della concretezza. Il cuore dei giovani batte per la verità, per la giustizia, per la pace”.

Essere liberi dai forti significa essere liberi dalla criminalità. Ne ha parlato il procuratore capo di Perugia Luigi de Ficchy. La moralizzazione della vita pubblica, che era la preoccupazione di don Sturzo, è “un tema attuale, ma che risale al Regno d’Italia”. Ma, “per mantenere livelli accettabili di moralità nella vita pubblica, bisogna che funzioni la giustizia”. Innanzitutto, occorre “mandare a casa i corrotti. Chi è finito davanti a un giudice per reati gravi non deve essere candidato, anche se non è stato condannato”.

Tre sono i “nemici” della democrazia, per il vicepresidente del movimento “Identità cristiana”, Paolo Maria Floris: “l’accentramento dello Stato che soffoca la libera iniziativa, il dominio del capitalismo, la debolezza dei valori morali”.

Se don Sturzo fosse presente, oggi, “forse proverebbe l’amarezza per l’attualità del suo pensiero, perché molti dei problemi del suo tempo non sono stati risolti e il ‘secolo breve’ avesse perso i suoi frutti migliori”, ha concluso il giuslavorista Michel Martone.

“Vi sono tutte le basi per costruire insieme un nuovo umanesimo. Un nuovo modo di intendere l’economia e il progresso, per una società cooperativa e solidale, in grado di correggere le storture di una impostazione competitiva”, è intervenuto Angelo Antonio D’Agostino, del Ministero dell’Ambiente.

“Spingere le persone all’impegno diretto, senza deleghe, per ridare valore alla democrazia”, sull’esempio di don Luigi Sturzo, “l’innamorato di Dio, appassionato dell’uomo”. È questo lo scopo di incontri di questo tipo, ha spiegato il presidente di Italia Più, Raffaele Bonanni. “Molti hanno organizzato lavori intorno alla figura di don Sturzo – ha continuato il presidente di “Italia Più” –. L’abbandono dei fecondi presupposti del pensiero sturziano sono tra le cause dell’indebolimento della Repubblica e degli equilibri di potere, che ha portato al sopravvento dei ceti più forti su quelli più deboli. La democrazia evolve o involve sulla base dell’impegno dei ceti popolari”. Siamo chiamati a “ritrovare una soggettività politica per i ceti più deboli della società, perché, quando si ritirano, lasciano lo spazio vuoto per i potenti e i prepotenti”.

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