DIAMO CREDITO ALLA SPERANZA

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Chi vi parla è un siciliano che ha avuto dalla Provvidenza la grazia di essere chiamato a riportare in vita – perché di macerie si trattava – la casa natale di Sturzo e soprattutto il fondo rurale dove Sturzo, dicendo che «dalla Rerum Novarum e dal Vangelo aveva imparato tutto», ci dimostra che l’Appello ai liberi e forti, oggi più che mai, deve essere riformulato con i suoi significati opposti: e cioè ai “veri” e agli “umili”. Si può essere liberi dai forti solo se si è veri. San Giovanni, nella sua prima lettera, scrivendo ai giovani diceva: «Voi siete forti perché siete in contatto con la parola che libera, siete in contatto con la verità» («Ho scritto a voi, giovani, perché siete forti e la parola di Dio rimane in voi e avete vinto il Maligno» I Gv 2, 14). E Gesù dice: «È la verità che vi farà liberi». Il nostro tempo vuole affermare piuttosto che è la libertà che ci rende veri. Sturzo ha pagato l’esercizio della verità con 22 anni di esilio. Ritornando, due settimane dopo, nel settembre del ‘46, non solo si professa il segretario di un partito disciolto ma dice qualcosa di estremamente importante per leggere questo nostro tempo: «Non si può avere fiducia passiva nella Provvidenza, né mai bisogna perdere il contatto con gli ideali».

Questo nostro incontro oggi dimostra che possiamo dare ancora credito alla speranza. Ed è quello che è accaduto nella mia vita quando ho accettato, durante il Giubileo del 2000, di impegnarmi in questo ripristino – non degli ideali sturziani -, ma della possibilità di passare dall’ideale al fatto, rimpatriando le buone prassi instaurate da don Luigi. Dorothy Day, una convertita che Papa Francesco ha citato nel recente viaggio in America, scrive all’indomani della morte di Sturzo (lo aveva conosciuto in esilio ma non era mai stata in Sicilia): «Sturzo affrontò ogni dovere senza paura, con parole coraggiose, comprendendo e cercando di dare una direzione a questo mondo. Pensava alle necessità della gente, al tipo di società da perseguire a favore dell’uomo e della sua libertà e io spero che altri, andando in Sicilia, scoprano che tipo di villaggio era il suo, in che modo viveva, in che maniera arrivò a prendere parte alle questioni pubbliche o come iniziò una cooperativa». Giovanni Palladino, esecutore testamentario di Sturzo, nel 1994 scriverà che «il popolarissimo sturziano è il più grande patrimonio di idee che sia disponibile a una democrazia, a un sistema politico». Sturzo scriveva qualche anno prima della sua morte, guardando a un tempo sempre più agitato e contraddittorio: «non desideriamo uomini passionali ed eccitabili – quelli che circolano in mezzo a noi – bensì uomini di convinzione. Il nostro è un mondo che deve essere creato a nuovo con fiducia nel pensiero cristiano il quale è sempre vivo e sempre potente per le trasformazioni. La vera rivoluzione comincia con una negazione spirituale del male e con una spirituale affermazione del bene». E questo può avvenire se noi facciamo dialogare umanesimo e cristianesimo. Le Chiese d’Italia si sono interrogate qualche settimana fa a Firenze intorno al tema dell’umanesimo cristiano nel V Convegno Ecclesiale Nazionale. Sturzo è stato un campione di umanesimo cristiano ribadendo che «l’errore moderno è consistito nel separare e contrapporre Umanesimo e Cristianesimo: dell’umanesimo si è fatto un’entità divina; della religione cristiana un affare privato, un affare di coscienza o anche una setta, una chiesuola di cui si occupano solo i preti e i bigotti. Bisogna ristabilire l’unione e la sintesi dell’umano e del cristiano; il cristiano è nel mondo secondo i valori religiosi; l’umano deve essere penetrato di Cristianesimo». Cosa bisogna fare nel tempo della crisi? Ristabilire di nuovo la sintesi dell’umano e del cristiano. Il servizio all’amore non può essere reso superfluo. È l’unica grande possibilità che noi abbiamo: il trionfo dell’amore!

Per far tornare a dialogare i primi con gli ultimi, per sancire questa discontinuità forte, noi abbiamo portato i poveri nella proprietà di Sturzo: detenuti, ex detenuti, immigrati. Nel circondario di Caltagirone oggi ci sono 5 carceri e c’è la più alta concentrazione di delinquenza minorile e il più alto tasso di disoccupazione in Italia. Il Salmo 85 recita che «la verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo» e per Sturzo la carità era un’esigenza di giustizia. È quello che afferma anche Benedetto XVI in Deus Caritas Est: «Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo» (n. 28). Sturzo era un prete e apparteneva a una famiglia nobiliare: ecco l’umiltà! Mette in discussione se stesso e comprende che c’era bisogno di una cassa mutua, di una cooperativa, di un credito cooperativo, di strappare ai latifondisti mafiosi la sughereta di Bosco Santo Pietro. Era un grande genio creativo, un grande pensatore cristiano, proprio vivendo tra i poveri. Il Fondo Sturzo è stato incendiato più volte, la Casa museo è stata violata. Tutta la gente del circondario ha pensato di alzare barriere per impedire che portassimo a Caltagirone un “carcere a cielo aperto” in cui proporre la redenzione umana. Abbiamo coinvolto lo Stato e i corpi intermedi nel tentativo di ripristinare in modo vivente questo pensiero così potente nelle sue trasformazioni. Non c’è, a mio modo di vedere, sia nel trasporto affettivo che nella passione nella lucida razionalità, un monito più grande per il nostro Paese in questo tempo della crisi. L’Appello ai liberi e forti si compone di 12 punti; 4 rappresentano i capisaldi del Polo di eccellenza: “Famiglia”, “Chiesa”, “Cultura” e “Lavoro” sono le 4 invarianti sociali proprie della dottrina sociale ma anche della nostra Costituzione attraverso le quali l’uomo nasce, cresce, si forma, viene educato, si relaziona e produce ricchezze. Abbiamo voluto metterle a fondamento distintivo del nostro impegno.

A Caltagirone, facciamo nostri questi valori, proprio nel cuore del Mediterraneo. Sturzo aveva profetizzato la crisi della grande Europa. Parla del Mediterraneo come della “piccola Europa” e dice: «Verranno giorni in cui la grande Europa busserà alla piccola Europa e questa aprirà scardinando antiche clausure di civiltà». Noi siamo un popolo di memorie, noi siamo un popolo di spirito e di ideali. Nel tempo della crisi non possiamo permettere, guardando soprattutto ai nostri figli, che la coscienza rimanga erronea. Non sapere più distinguere il bene dal male e, all’insegna del male minore, avere accettato sempre di più e impunemente che si possa camuffare la verità intorno all’uomo rendendola una idea tra le altre, è gravissimo. Proprio noi cristiani, davanti a Sturzo, davanti al suo impegno e al suo esilio, dobbiamo fare, non solo un profondo esame di coscienza, ma avere l’umiltà di ripartire da Caltagirone. Vi invito a tornare lì, in questo luogo che rimane povero come allora, un Comune commissariato per disastri economici di ogni tipo, dove la gente ha perduto totalmente il senso, l’ideale, la misura, la grandezza di questo grande genio che stiamo ricordando.

Quando Sturzo usava l’espressione “cristiano” non lo riferiva mai in termini confessionali ma solo e soltanto in una accezione di carattere morale. Per lui la parola “cristiano” era sinonimo di moralità nella politica. Sturzo è chiarissimo in questo senso e scrive: «Non mancheranno crisi presso gli Stati moderni, non mancheranno contrasti di interessi e di classi; non finiranno le difficoltà dei disoccupati e degli emigranti; vi saranno sempre fannulloni e parassiti, ma il valore di un popolo e il merito di un governo sarà quello di provvedere in tempo a formare quelle zone di solidarietà umana e cristiana dove si sentirà meglio il calore di una moralità derivante dalla carità cristiana».

Il mio è un appello che si aggiunge ad altri appelli che don Luigi fece. “Amicizia”, “solidarietà” e “aiuto reciproco” sono le cifre del nostro umanesimo cristiano, il “metodo cristiano” applicabile in ogni tempo e in ogni situazione. Di fronte alla crisi delle rappresentanze e dei corpi intermedi, bisogna ripartire da noi stessi, dalla ricchezza virtuosa, dal patrimonio che noi tutti rappresentiamo. Secondo Aristotele «per risolvere i problemi del tempo della crisi ci vogliono virtù e competenza». E noi le abbiamo in abbondanza, dobbiamo metterle insieme per dimostrare che si può dare ancora davvero credito alla speranza. Sturzo scriverà, nel suo “Appello ai siciliani” prima della sua dipartita al cielo: «voglio morire con il mio ottimismo impenitente».
In un articolo pubblicato nel 1925, in polemica con coloro che sostenevano un dualismo tra etica e politica, tra Vangelo e società umana, scriveva: «Il fare politica è un atto d’amore verso la collettività. Il fare una buona o cattiva politica dipende dalla rettitudine dell’intenzione, dalla bontà dei fini da raggiungere e dai mezzi onesti che si impiegano all’uopo. Il successo e il vantaggio reale possono anche mancare, ma la sostanza etica della bontà di una tale politica rimane. E con questo spirito, l’amore del prossimo in politica deve stare di casa, e non deve essere escluso come un estraneo: né mandato via facendolo saltare dalla finestra, come un intruso. E l’amore del prossimo non consiste né nelle parole, né nelle moine: ma nelle opere e nella verità».

Abbiamo bisogno di “fare la verità” come Gesù indica a Nicodemo: «Fai la verità e così rinascerai perché ciò che è nato dalla carne è carne, ma ciò che è nato dallo Spirito è Spirito». Lo chiede anche a noi don Luigi. Abbiamo bisogno di riscoprire “la sociologia del soprannaturale” a cui tanto credeva Sturzo. Questo prete credeva nei miracoli. Abbiamo bisogno che il nostro Paese, la nostra gente, la nostra società, abbiano fiducia in questo ordine soprannaturale che noi però possiamo preparare e rispetto al quale dobbiamo fare molto di più, se vogliamo che sia “lo spirituale” a fecondare il sociale. Ce lo ha chiesto Giovanni Paolo II quando afferma che «la principale risorsa dell’uomo nel tempo della crisi è l’uomo stesso» in Centesimus Annus; ce lo ha insegnato Benedetto XVI con Caritas in Veritate in cui scrive che «Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e carità»; e ce lo sta dicendo adesso in modo ancora più concreto Francesco dimostrando che si può parlare di amore se traduciamo tutto questo in gesti concreti di misericordia.

Una delle porte del Giubileo della Misericordia sarà aperta al Fondo Sturzo, da lì faremo passare gli ultimi di don Luigi. Siete invitati ad attraversarla con noi.

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