L’Isis non è ambientalista

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C’è uno strano incrocio di avvenimenti e luoghi. Parigi è al contempo la città europea devastata dagli attacchi dell’Isis e l’alveo dove i grandi del mondo si incontrano per discutere del clima. Due argomenti apparentemente distanti, eppure incredibilmente connessi l’uno all’altro. Il fatto che la location sia la stessa è quasi uno scherzo del destino (o un messaggio all’Uomo?) del quale fare comunque tesoro.

Che il tema dell’ambiente sia strettamente connesso con ogni espressione di vita (e di morte) dell’essere umano lo ha detto chiaramente Papa Francesco, nella sua enciclica Laudato Sì. “Per quale fine siamo venuti in questa vita? Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?”: se non ci poniamo queste domande di fondo – ha sottolineato il Pontefice – non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti.

Se proviamo ad andare oltre l’enunciato, possiamo vedere chiaramente che la causa delle guerre che hanno devastato negli ultimi 20 anni il Medio Oriente e l’Africa del Nord sono figlie di interessi economici che l’Occidente ha ritenuto così importanti da giustificare l’intervento militare. Petrolio, gas, rotte commerciale, tutto ha contribuito a spostare l’interesse armato di Stati Uniti e parte dell’Europa verso i Paesi arabi. Di certo non c’era attenzione al pianeta in quanto tale, ma solo alle sue risorse più sfruttabili commercialmente. Nessun interesse per l’acqua, il cibo e più in generale la crescita culturale di quei popoli.

Sfruttare quel pezzo di mondo ha però innescato fibrillazioni che oggi non riusciamo più a controllare. D’altronde, se non si ha rispetto per la casa comune come si potrà averlo per chi la abita? In questo – la mancanza di rispetto per il Creato, appunto – i governi democratici occidentali e gli assassini dell’Isis sono molto simili.

Il testo dell’enciclica papale è attraversato da alcuni assi tematiche gli conferiscono una forte unitarietà: “L’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita”.

Ecco perché parlare di ambiente vuol dire anche parlare di terrorismo, ecco perché eliminare le cause della disparità di risorse nel mondo può significare la sconfitta della violenza.

Intanto facciamo i conti con ciò che abbiamo provocato. Il 13 agosto 2015 è stato l’Overshoot Day, il giorno del sovrasfruttamento delle risorse terrestri: da quel momento e fino a fine anno si intaccherà il capitale naturale, abbattendo foreste tropicali millenarie, pescando più pesce di quanto se ne possa riprodurre, immettendo in atmosfera gas a effetto serra che cambieranno il clima per secoli, spargendo nell’ambiente miriadi di composti tossici prossimamente nei nostri piatti.

L’ultima volta che la popolazione umana – allora 3,5 miliardi contro i 7,3 attuali – riuscì a mantenere i propri consumi all’interno degli “interessi” annui prodotti dalla natura fu il 1970, vale a dire che la giornata del sovrasfruttamento cadeva in prossimità del 31 dicembre.

Sono dunque almeno quarant’anni che il saldo tra sfruttamento dell’ambiente e sostenibilità dell’ecosistema è in rosso. E più o meno è lo stesso range di tempo in cui le politiche aggressive degli Stati cosiddetti democratici hanno deciso – incidendo sul cambio di regimi con l’appoggio a gruppi di potere armati locali – di “pesare” su una parte del mondo da sempre considerata sfruttabile (Medio Oriente) e da sfruttare (Africa). Anche questa è una casualità?

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