BERGOGLIO: “LA CORRUZIONE E’ ZUCCHERO, CI FA AMMALARE”

724
  • English
  • Español
papa kangemi

La corruzione è come lo zucchero, “è dolce, ci piace, è facile e poi finiamo male: così tanto zucchero che finiamo diabetici e il nostro Paese finisce diabetico”. Papa Francesco si affida a una metafora per spiegare ai giovani kenioti riuniti nello stadio di Nairobi il cancro del malaffare, altro mantra del suo Pontificato. La corruzione è ovunque, ha sottolineato Bergoglio rispondendo alla domanda di un ragazzo “anche in Vaticano ci sono dei casi”. Ogni volta che accettiamo una tangente e la mettiamo in tasca “distruggiamo il nostro cuore, distruggiamo la nostra personalità e la nostra patria. Per favore, non prendete il gusto a questo zucchero che si chiama corruzione”.

“Ma tutti corrompono?” si è chiesto. “Se non volete corruzione nel vostro Paese, iniziate voi. Se non iniziate voi la persona che vi sta vicina non inizia. La corruzione ci ruba l’allegria ci toglie la pace, il corrotto non vive in pace. Nel mio Paese una volta è morto un corrotto. Ho chiesto com’era il funerale, e una donna con senso dell’umorismo ha risposto: non si poteva chiudere la bara perché voleva dentro tutti i soldi che aveva rubato. Quello che rubate con la corruzione rimane qui e qualcun altro lo userà. Attraverso la vostra corruzione causate il male agli altri. La corruzione non è un cammino di vita, ma un cammino di morte”.

Nel corso del suo intervento a braccio il Santo Padre si è concentrato anche sui problemi sociali in Kenya. “Ieri era un giorno di preghiera e riconciliazione – ha detto -. Io invito ora voi giovani e che tutti ci teniamo per mano come segno contro il tribalismo. Tutti siamo una nazione. Così dev’essere il nostro cuore. Il tribalismo non è solo dare la mano ma il desiderio e la decisione. Ma vincere il tribalismo è un lavoro di ogni giorno, un lavoro dell’orecchio, ascoltare gli altri, un lavoro del cuore, aprirlo agli altri, e un lavoro della mano, darsi la mano l’un l’altro. E ora diamoci tutti la mano”.

C’è una domanda nella base di tutte le domande, ha spiegato, “che mi avete fatto: perché succedono le divisioni, la guerra, la morte, il fanatismo, la distruzione tra giovani? Perché esiste questo desiderio di distruggere? Nella prima pagina della Bibbia, dopo tutte le meraviglie che Dio ha fatto, un fratello uccide un fratello. Lo spirito del male ci porta alla distruzione. Lo spirito del male ci porta alla disunione. Ci porta al tribalismo, alla corruzione, alla tossicodipendenza, alla distruzione per il fanatismo”. La prima cosa “che risponderei – ha proseguito – è che un uomo o una donna perdono il meglio del loro essere umano quando dimenticano di pregare, perché si sentono onnipotenti, perché non sentono il desiderio di chiedere aiuto a Dio di fronte a tante tragedie”. La vita è piena di difficoltà, ha ammesso, “però ci sono due modi di guardare le difficoltà, come qualcosa che ti blocca, ti distrugge e ti detiene, o come un’opportunità. A voi tocca la scelta. Per me una difficoltà è un cammino di distruzione o un’opportunità per superare le difficoltà per me, la mia famiglia, il mio paese? Ragazzi e regazze non viviamo nel cielo, viviamo nella terra, e la terra è piena di difficoltà. La terra è piena non solo di difficoltà ma anche di deviazioni per portarti al male”.

Prima di incontrare i giovani il Santo Padre ha voluto portare la sua solidarietà e preghiera ai poveri, visitando il quartiere povero di Kangemi, una baraccopoli dove mancano i servizi essenziali, nel cuore di Nairobi. La popolazione di oltre 100mila abitanti è multietnica. Il Papa ha percorso le stradine in terra battuta fino alla parrocchia cattolica di san Giuseppe Lavoratore retta dai gesuiti che dirigono anche un ambulatorio, un istituto tecnico superiore, un centro di assistenza alle madri in difficoltà. “Grazie per avermi accolto nel vostro quartiere. Grazie al Signor Arcivescovo Kivuva e a padre Pascal per le loro parole. In realtà -ha detto Francesco nel suo discorso– mi sento a casa condividendo questo momento con fratelli e sorelle che, non mi vergogno a dire, hanno un posto speciale nella mia vita e nelle mie scelte. Sono qui perché voglio che sappiate che le vostre gioie e speranze, le vostre angosce e i vostri dolori non mi sono indifferenti. Conosco le difficoltà che incontrate giorno per giorno! Come possiamo non denunciare le ingiustizie subite?”.

“Vorrei rivendicare in primo luogo questi valori che voi praticate, valori che non si quotano in Borsa, valori con i quali non si specula né hanno prezzo di mercato – ha sottolineato -. Mi congratulo con voi, vi accompagno e voglio che sappiate che il Signore non si dimentica mai di voi. Il cammino di Gesù è iniziato in periferia, va dai poveri e con i poveri verso tutti. Riconoscere queste manifestazioni di vita buona che crescono ogni giorno tra voi, non significa in alcun modo ignorare la terribile ingiustizia della emarginazione urbana. Sono le ferite provocate dalle minoranze che concentrano il potere, la ricchezza e sperperano egoisticamente mentre la crescente maggioranza deve rifugiarsi in periferie abbandonate, inquinate, scartate”. “Questo si aggrava quando vediamo l’ingiusta distribuzione del terreno (forse non in questo quartiere, ma in altri) che porta in molti casi intere famiglie a pagare affitti abusivi per alloggi in condizioni edilizie per niente adeguate. Ho saputo anche -ha aggiunto il Papa- del grave problema dell’accaparramento delle terre da parte di ”imprenditori privati” senza volto, che pretendono perfino di appropriarsi del cortile della scuola dei propri figli”.

In questo senso, “un grave problema è la mancanza di accesso alle infrastrutture e servizi di base. Mi riferisco a bagni, fognature, scarichi, raccolta dei rifiuti, luce, strade, ma anche scuole, ospedali, centri ricreativi e sportivi, laboratori artistici. Voglio riferirmi in particolare all’acqua potabile”. E’ necessario per il Pontefice “riprendere l’idea di una rispettosa integrazione urbana. Né sradicamento, né paternalismo, né indifferenza, né semplice contenimento. Abbiamo bisogno di città integrate e per tutti. Abbiamo bisogno di andare oltre la mera declamazione di diritti che, in pratica, non sono rispettati, e attuare azioni sistematiche che migliorino l’habitat popolare e progettare nuove urbanizzazioni di qualità per ospitare le generazioni future. Il debito sociale, il debito ambientale con i poveri delle città si paga concretizzando il sacro diritto alla terra, alla casa e al lavoro [le tre ”t”: tierra, techo, trabajo]. Questo non è filantropia, è un dovere morale di tutti”. Di qui l’appello del Papa “a tutti i cristiani, in particolare ai Pastori, a rinnovare lo slancio missionario, a prendere l’iniziativa contro tante ingiustizie, a coinvolgersi nei problemi dei cittadini, ad accompagnarli nelle loro lotte, a custodire i frutti del loro lavoro collettivo e a celebrare insieme ogni piccola o grande vittoria”.

Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.

NO COMMENTS