Una tassa sulla democrazia

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gentiloniana

Questa Italia, non è più un Paese fondato sul lavoro, inteso come prestazione d’opera o prodotto dell’ingegno. Il Belpaese è diventato uno Stato basato sul lavorare “contro”. Perché a governare non sono più i pesi e i contrappesi classici di un sistema democratico, ma i veti incrociati e le imposizioni delle maggioranze. Il confronto, in questo modo, è diventato scontro sistematico e il bilanciamento delle poltrone non più un prezzo da pagare ma una tassa sulla democrazia. Insomma, non è più la semplice applicazione del vinca il più forte, ma la standardizzazione del più forte come arbitro e regista.

Il caso della mancata elezione dei tre giudici della Consulta da parte del Parlamento è la rappresentazione plastica dell’intero ragionamento, dove il bene comune, l’interesse collettivo, è stato soppiantato dalla prevalenza del particolare, dal sopravanzare delle ragioni interne dei partiti. Conta più chi farà cosa che la funzionalità dell’organo. E la Corte Costituzionale, ovvero l’arbitro e giudice delle leggi emanate dal governo e dal parlamento, non è un organo secondario, ma è un tassello fondamentale dell’architettura della nostra costituzione.

Eppure maggioranza e opposizione non riescono ancora a trovare una sintesi su tre nomi. “Siamo al punto che abbiamo dato fino a martedì prossimo dei giorni perché maggioranza e opposizione possano trovare delle soluzioni. Devo dire che se anche questo termine di martedì non sarà utilmente utilizzato al fine di arrivare alla nomina, si può ritenere che sia venuto il momento di scrutini ad oltranza finché non si arrivi ad una soluzione”, afferma il presidente del Senato, Piero Grasso, parlando a margine del seminario del Gruppo Speciale Mediterraneo e Medio Oriente dell’Assemblea Parlamentare della Nato, circa l’elezione dei giudici costituzionali, dopo l’ennesima fumata nera dell’altro giorno. Parole importanti quella della seconda carica dello Stato, che danno la misura esatta di quale sia la situazione. Che non può non mettere i partiti davanti alle loro responsabilità.

Del resto dopo 28 scrutini andati a vuoto, per veti incrociati e mancanza di condivisone sui nomi indicati è arrivato il momento di pretendere “che il nostro Parlamento e la politica possano finalmente dare una risposta”, sostiene il presidente del Senato. E la politica, tutta, una risposta deve darla, è obbligata a fornirla. Maggioranza e opposizione non possono continuare a giocare al voto a vuoto senza assumersi le proprie responsabilità. Gli italiani, quelli che ancora credono che l’Italia sia ancora una Repubblica fondata sul lavoro, hanno diritto a veder rispettato quanto prescritto dalla Carta. Ragione, questa, per la quale sarebbe auspicabile anche un intervento del capo dello Stato.

“In un momento di crisi internazionale, è una debolezza che non possiamo mostrare”, sostiene Grasso, “nell’impossibilità di non riuscire a nominare tre giudici costituzionali, mettendo in crisi anche il funzionamento e l’efficienza di un organo costituzionale”. Il nuovo e il nuovismo che lo accompagna non può essere solo e soltanto ciò che serve al proprio disegno politico. Oggi più che mai è necessario un atto che superi steccati e barriere e torni a occuparsi della Cosa pubblica, nel senso lato del termine.

E poco importa se il Movimento 5 Stelle boccia metodo e nomi dei candidati alla Consulta, denunciando “inciuci” e sostenendo che “al prossimo giro, se i partiti non vogliono continuare a fare pessime figure, devono passare dal Movimento 5 Stelle”. O meglio, dal suo metodo: i partiti “saranno costretti, almeno una volta, a fare una cosa per il bene di tutti i cittadini”, perché anche i grillini hanno dato l’impressione di gareggiare per vincere. E non per far prevalere la funzionalità dell’organo. Ecco perché serve davvero un passo indietro della politica politicata, per far avanzare la Ragione di Stato. Quella vera però…

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