Il bisogno di felicità

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felicità

Nella sua Regola San Benedetto richiede dal monaco che fa la sua professione di cantare un versetto dal salmo 119: Sostienimi secondo la tua parola, perché io viva; non rendermi confuso nella mia speranza. (v. 116). Questo versetto ha carattere di una preghiera indirizzata a Dio. La richiesta di sostegno sembra molto naturale nel momento della professione. Tuttavia, qui colpisce una cosa: Il nuovo monaco non chiede né salvezza, né la santità ma solo “di vivere”. Doveva entrare nel monastero solo per vivere? Non si vive fuori del monastero? Tanti oggi direbbero: senz’altro.

Ma la seconda richiesta è ancora più sorprendente. Il monaco non vuol essere confuso nella sua speranza. Come mai? Quale speranza può ancora avere qualcuno che ha appena dato tutto a Dio nell’atto della sua professione? Le sue perplessità dovrebbero sparire. Eventualmente potrebbe rimanere qualche santa speranza. Qui invece, seguendo il testo del salmo, San Benedetto mette nella bocca di questo monaco le parole sulla “sua speranza”.

Un monaco può avere una sua speranza personale, privata?! Allora non necessariamente santa e giusta? Nel Prologo della Regola leggiamo: Quando poi il Signore cerca il suo operaio tra la folla, insiste dicendo: “Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?”. (Prol. 14,15). Come unico criterio qui appare, di nuovo, la vita e “il desiderio di essere felice”. E solo questo basta per essere l’operaio di Dio, per dedicare a Lui tutta la vita?

Se questa ottica di San Benedetto ci confonde, forse non abbiamo ancora capito a fondo che cosa è vita, quale sia il suo scopo e come essa si riferisca alle cose più importanti nella vita stessa. Risulta infatti che la felicità è qualcosa vicina e raggiungibile. Seguire questo interno e personale desiderio di felicità sarebbe proprio la nostra strada verso Dio.

Tutti i nostri desideri sono allora giusti? Non devono essere verificati?Forse si dovrebbe dire “si”, però solo nel caso della più sincera ricerca esistenziale. Allora non possiamo sbagliarci? Ancora una volta la risposta è “sì”. La speranza è una realtà dinamica ed aperta. Essa può crescere, migliorare, purificarci. Alla fine Dio stesso sarà il suo correttore. Anche se speriamo in qualcosa che non è giusta e buona per noi, il percorso della vita lo verificherà. Dio non ci permetterà di soddisfarci delle cose non degne per il nostro destino. Pure se per noi stessi questo basterebbe, nei Suoi occhi siamo più preziosi che potrebbe risultare dai nostri criteri.

Quindi si deve sperare. Conviene avere attese e desideri. Esse sono la nostra strada verso Dio. Basta di essere fedeli ad essi e non smettere di cercare di essere.

p. Bernard Sawicki osb
www.anselminanum.com

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