ECCO COME COMBATTERE LA GUERRA “POSTMODERNA”!

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Non è “guerra”, ma “aggressione in contesto conflittuale non convenzionale”. Così, il colonnello Vittorfranco Pisano, consulente per il Comitato atlantico in materia di terrorismo – tra i relatori al convegno promosso dall’Istituto di alti studi in geopolitica e scienze ausiliarie (Isag) alla Camera dei Deputati, giovedi 19 novembre sul tema: “La guerra alle porte. Contenere i conflitti del Mediterraneo” – ha definito la strage in più azioni di venerdi scorso, 13 novembre, a Parigi, nella quale hanno perso la vita 130 persone e molte sono rimaste ferite.

Per Pisano, il terrorismo jihadaista rappresenta un attacco “globale”, e dunque, necessita di un intervento coordinato delle Nazioni Unite. I singoli Stati, però, hanno il “dovere di monitorare e tutelare la popolazione, il territorio, le risorse, le frontiere”. Nel discorso a Camere riunite a Versailles, lunedi 16 novembre, il presidente francese François Hollande ha dichiarato, infatti: “Siamo in guerra contro il terrorismo jihadaista, che minaccia il mondo intero, non soltanto la Francia”. Questa dichiarazione di guerra è servita ad aggirare le normative europee per un’azione militare massiccia in Siria.

La promozione di una “Intelligence premonitoria” può essere uno strumento per una capacità strategica di indagine ai fini prevenzione.

Al tavolo dei relatori al convegno, personalità autorevoli della Sicurezza e della Difesa ed esperti di Geopolitica. Tra questi: l’on. Stefano Dambruoso, questore della Camera dei deputati; l’ambasciatore Claudio Pacifico, già primo rappresentante dell’Italia presso la Lega Araba; l’ammiraglio Mario Rino Me, già capogabinetto presso il Comitato militare della Nato; il professore Ranieri Razzante, presidente dell’Associazione italiana anti-riciclaggio; numerosi studiosi.

“È una guerra post-moderna: sicurezza e dinamiche sociali sono intrecciate”, ha affermato l’ammiraglio Me. Per l’esperto militare, l’Isis ha raggiunto il suo punto culminante. E questa “guerra globale”, del nuovo terrorismo jihadaista, servirebbe ad altri interessi. Per esempio, l’improvviso “silenzio” sul conflitto arabo-israeliano, proprio quando sembrava ormai in fase di compimento il riconoscimento dello Stato della Palestina.

Tra le principali cause di destabilizzazione dell’area mediterranea, secondo gli esperti, vi sarebbero la guerra in Iraq, del 2003, le cosiddette primavere arabe, del 2010. “Abbiamo provocato o incoraggiato cambiamenti che sono all’origine di destabilizzazione di tutta l’area mediterranea”, ha affermato Pacifico. “Vite di milioni innocenti sono state scarificate a causa degli errori compiuti. E abbiamo mostrato un doppio pesismo: ogni giorno muoiono in Siria circa 300 civili, nel silenzio generale”. Poi: “Questo tentativo di ‘balzo in avanti’ verso la democrazia è fallito e ha portato all’avanzata del radicalismo islamico e del terrorismo. Lo tsunami, al quale l’Occidente ha contribuito, si ritorce adesso non poco contro di noi”.

Dal Rapporto dell’IsAG, Libia e Siria sono i Paesi “fuori controllo”, come “buchi neri” di destabilizzazione dell’intera regione araba.

Il Qatar, che abbiamo considerato “alleato” – spiega Pacifico –, “ha grandi responsabilità di aiuto alle forze nemiche”. La Russia è “un protagonista di prima entità, con un ruolo positivo”.

Sulla necessità che Russia e Stati Uniti d’America siano partners paritari alla guida di un’alleanza delle Nazioni Unite per debellare l’Isis, concordano tutti gli intervenuti al convegno dell’IsAG. Le altre soluzioni proposte, di prevenzione e repressione del terrorismo in Europa, sono: lo scambio di informazioni e il collegamento dei database alle frontiere attraverso il Servizio europeo antiterrorismo; una riforma del diritto europeo sulla privacy per introdurre limitazioni che rendano più efficace l’attività investigativa; elaborare un modello di sicurezza condiviso, tra servizi d’informazione, magistratura e forze dell’ordine, e strategie comuni nell’ambito dell’Unione Europea.

Per quanto riguarda la situazione italiana, l’onorevole Dambruoso ha riferito di alcune novità legislative introdotte nel decreto legge anti-terrorismo del febbraio 2015, convertito in legge ad aprile, per rendere più “incisiva” l’azione della magistratura contro il terrorismo: l’istituzione del procuratore unico nazionale anti-terrorismo come figura unica di coordinamento, così come avviene per i reati di mafia, e il reato di “propaganda di ideologia terrorista”.

In Italia, i soggetti monitorati come “a rischio” terrorismo sarebbero un centinaio. In Francia, sono circa 1200 nella sola area di Parigi.

Per il presidente dell’IsAG, Tiberio Graziani, “l’Italia può essere determinante” ai fini dell’elaborazione di una strategia di sicurezza condivisa. Il suggerimento dell’analista: ripartire dagli accordi Nato firmati a Pratica di Mare nel maggio 2002.

Per quanto riguarda i rapporti tra terrorismo e fanatismo islamico, a margine dell’attentato di Parigi, per la geo-politologa, esperta di islamismo, Biancamaria Scarcia Moretti, “non si possono definire musulmani integralisti o fanatici i terroristi, peraltro dediti all’uso di alcool e di droga”. “I kamikaze sono la negazione dell’Islam”, ha detto Scarcia Moretti. Uno schiaffo a chi alimenta pregiudizi anti-islamici. Nel Corano, “la ‘guerra santa’ deve garantire la difesa dell’Islam come la ‘migliore comunità possibile’. In questo senso vanno interpretate la “grande jihad”, militare, e la “piccola jihad”, interiore-spirituale. Il capo deve essere un modello esemplare”. La studiosa ha posto alcune domande in cerca di risposta: “Come è stato possibile che la comunità musulmana non abbia espulso i due terroristi dediti a stili di vita contrari al Corano? E come sono avvenute le falle nel sistema di sicurezza che hanno consentito tanta libertà di movimento e di organizzazione agli attentatori?” E ha concluso: “Rispondere con la guerra è banale e pericoloso. Viviamo in un mondo globale. Bisogna capire chi dirige la rotta di un Occidente che appare confuso e spregiudicato”.

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