PREGIUDIZI VERSO GLI OGM

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L’articolo “Ecco come gli Ogm affamano il mondo” ha innescato un dibattito sul problema della coesistenza tra coltivazioni Ogm e non-Ogm, sull’importanza dell’agricoltura biologica e di una sana alimentazione. Interris proprio per ospitare le diverse opinioni, ha deciso di dare spazio all’intervento del professore Ettore Ruberti, ricercatore presso l’Enea e Docente Universitario presso l’Università Ambrosiana.

Antefatto storico

L’introduzione di OGM in agricoltura suscita vivaci contestazioni, sovente partendo da considerazioni che si alimentano di luoghi comuni. Le multinazionali hanno l’interesse a monopolizzare il mercato, a prescindere dal fatto che i loro prodotti siano OGM o meno.

Per questo aspetto, per così dire tecnico-economico, viene in mente la riflessione dello storico e filosofo G. B. Vico: “I popoli che dimenticano la propria storia sono, prima o poi, destinati a riviverla”. Infatti in Italia, e non solo, abbiamo eloquenti esempi di avversione verso le innovazioni genetiche. Agli inizi degli anni ’20, le varietà di frumento basse e precoci, ottenute da N. Strampelli, furono contrastate, al punto che la loro coltivazione venne bandita dai Soci dell’”Unione Produttori Grano da Seme”, fondata dallo stesso Strampelli nel 1906. La storia si ripete, la stampa locale si affrettò a elogiare la varietà pregressa, sostenendo che “il Rieti originario è il più ambito grano da seme e, nonostante le novità di questi ultimi anni, resta sempre vittorioso per la sua resistenza alla ruggine”. Fu necessaria la cosiddetta “Battaglia del Grano”, intrapresa nel 1925, per aprire la strada alla prima rivoluzione verde del XX secolo.

Non molto diversa fu l’accoglienza riservata ai primi ibridi di Mais USA alla fine degli anni ‘40, e al Grano Creso sviluppato per mezzo di irradiazioni gamma dal Gruppo di Ricerca di Scarascia Mugnozza dell’ENEA.
Ma i fatti ci hanno dimostrato che, nell’arco di mezzo secolo, la maiscoltura italiana è passata dai 15/20 q/ha agli oltre 100 q/ha di media degli ultimi decenni, con frequenti punte di 160/170 q/ha e, come nel caso del Grano, senza le conseguenze nefaste annunciate dagli oppositori.

Imputati gli OGM

I mass media definiscono spesso gli OGM “cibo Frankestein” e paventano pericoli causati dal loro utilizzo: risultano nocivi per la salute, insidiano la biodiversità vegetale e provocano danni all’entomofauna. Inoltre sostengono che solo i Paesi maggiormente industrializzati possano trarne vantaggio, mentre i PVS finirebbero per essere asserviti alle multinazionali, cosa che avviene attualmente, per le sementi, OGM o meno, con il corollario della diffusione delle monocolture monoclonali: quanto più deleterio possa avvenire, in quanto ne rende precaria la sopravvivenza in caso di criticità (parassiti, introduzione di specie invasive, inquinamento, ecc.). Il rifiuto degli OGM avviene in campo alimentare, mentre viene accettato nel settore farmaceutico.

Alcune prese di posizione volte ad un maggior controllo delle coltivazioni di piante geneticamente modificate sono condivisibili, come pure la preoccupazione di una sempre maggiore concentrazione del mercato nelle mani di potenti multinazionali.

La paura irrazionale ha portato ad una situazione di blocco, situazione che la Professoressa Rita Levi Montalcini (Premio Nobel per la Fisiologia o la Medicina) aveva definito da “lucchetto al cervello”, impedendo persino collaborazioni di ricerca internazionale ai nostri ricercatori e fomentando campagne di odio verso qualsiasi conquista in questo settore. Basti ricordare l’ostracismo dimostrato verso il Golden Rice e la Golden Potato.

Il contesto di riferimento

Lo sviluppo della popolazione mondiale, con i contestuali problemi sociali che comporta, ha portato l’uomo a confrontarsi con la limitatezza delle risorse, peraltro inegualmente distribuite, ed alla necessità di migliorare la resa delle coltivazioni. L’uomo occidentale, affrancatosi dai problemi della fame, si inventa nuovi mostri ricercandoli fra le scoperte della scienza e le conquiste della tecnologia, rifiutando il nuovo e bollando i ricercatori come gli untori della modernità e si rifugia nell’ideale “bel tempo che fu”. Tempo che non è mai esistito. Nel Medioevo ogni pianta di grano produceva in media quattro chicchi, di cui la metà serviva per la semina per l’anno successivo, per cui la fame era sempre in agguato, le città non disponevano di reti fognarie ed il livello igienico era precario.

Basti penare che la peste di cui scrive Manzoni ne “I Promessi Sposi”, avvenuta in Europa alcuni secoli orsono, portò alla morte un terzo della popolazione europea. Le carestie portavano più morti delle guerre: verso la fine dell’ottocento, la carestia provocata in Irlanda da una grande fitopatia (Peronospora) della Patata, condusse alla morte quasi la metà della popolazione di quella Nazione. Le carestie, in epoche passate, hanno cancellato intere civiltà: carestie che, nei PVS, si verificano ancora. E a poco servono le esortazioni di Vandana Shiva al ritorno in India delle “cultivar locali” (che, Vandana forse lo ignora, sono sempre maggiormente sostituite dalle monocolture imposte dalle multinazionali!).

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