PARIGI, LE TESTIMONIANZE CHE COMMUOVONO IL MONDO

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Una strage senza precedenti a Parigi colpita da sei diversi attacchi al cuore della Francia. Il giorno dopo l’orrore scorrono, ancora vivide e terribili, le scene di panico vissute in prima persona. Le testimonianze di chi è sopravvissuto si accavallano con le ultime parole di chi ha trovato la morte. “Ci sparavano come fossimo uccelli”, “C’è sangue ovunque, ci hanno sparato anche alle spalle”. Sono agghiaccianti le testimonianze dai luoghi del terrore. Jerome Boucher, una delle persone che si trovava nel locale ha raccontato sotto choc: “Prima di uscire, abbiamo dovuto camminare tra i cadaveri, è stato orribile”.

“Mi sento fortunata – racconta a In Terris Elisabetta Friello, un’italiana “trapiantata” da anni a Parigi -. Il giorno della strage anche lei era in un ristorante, poco lontano da quelli colpiti dalla furia dell’Isis. “Ero uscita. Guardavo la famiglia seduta due tavoli più in là ed osservavo come la mamma insegnasse alla sua bambolina rosa ad arrotolare dei lunghissimi fili di pasta che guizzavano come i gamberi; e pensavo a mio figlio (e alla sua sfrenata passione per la pasta), che passa la settimana col suo papà. Lo immaginavo seduto in una posizione improbabile sul divano, a incoraggiare virtualmente la squadra nazionale francese che gioca in Tv e a formulare la sua versione di telecronaca non potendo assistere di persona alla partita. Poi una voce: ‘C’è stata una sparatoria’, in un ristorante a qualche passo da dove mi trovo ora!”.

“Le mie mani afferrano maldestramente il telefono – mio Dio, non ho quasi più batteria – e mi replico in almeno tre persone distinte. Una cerca di non cedere al panico e continua la conversazione, l’altra ha già inviato 3 messaggi di cui uno per accertarsi che mio figlio stia bene – ‘che? sparatorie? non sapevo! ora non posso mettere il Tg perché il bimbo sta ancora guardando la partita’ – e l’altra formula incessantemente scenari di fuga”.

“Tutti i sensi sono in allerta, l’insidiosa inquietudine comincia a trasparire sui visi bassi dei clienti, illuminati dagli schermi di decine di smartphone iperattivi che annunciano tragedie – vicine vicine – e che tolgono il respiro, rendendo la paura sempre più malcelata”.

“Eli, i terroristi si spostano in macchina con un kalashnikov; hanno fatto degli ostaggi al Bataclan e le forze speciali della polizia sferrano l’attacco per liberarli. la situazione è grave, ti prego rientra subito. Vai sottoterra e rientra più in fretta che puoi. Scrivi il mio numero su un pezzo di carta per poter chiamare da un altro telefono. Fai in fretta”. Fretta. Grave. Ostaggi.

Mi sento ancora fortunata, amici e famigliari mi scrivono dall’Itaila, dall’India, dal Canada, dagli Stati Uniti e come per incanto, tutti gli abitanti del mondo disegnano un punto interrogativo cosi’ carico di apprensione, di sdegno, di rabbia e di inquietudine mentre a soli 700 metri stanno sibilando pallottole, scoppiando bombe umane, dibattendosi corpi e colando sangue di decine di persone innocenti. Mentre la morte circola, fottendosene della calunnia e beffando la vigliaccheria che li definisce, un venerdì sera. Potevo esserci io li, al Bataclan – conclude Elisabetta – a festeggiare il mio compleanno con gli amici. E poteva esserci mio figlio allo stadio, ad esultare per il goal della sua squadra, un venerdì come tanti altri.”

La conta delle vittime degli attacchi di Parigi purtroppo non è ancora finita, alcune sono al momento ancora senza nome. Ma con il passare delle ore si delineano quelle vite spezzate dai kamikaze, assassini per lo più giovani, come molte delle loro stesse vittime. C’è il cameriere di uno dei due caffè vicino allo Stade de France presi di mira. “Mi aveva appena dato un panino. Ero di fronte al terrorista che si e’ fatto esplodere e il cameriere e’ stato spazzato via dall’esplosione”, racconta un coordinatore dell’agenzia di hostess dello stadio, sopravvissuto all’attacco. “Il suo corpo giaceva davanti alla porta d’ingresso e la polizia ci ha impedito di uscire”.

E c’è il giovane avvocato, Valentin Ribet, che viene ricordato su Twitter dalla London School of Economics dove si era laureato nel 2014 prima di trovare lavoro a Parigi. Nella foto che pubblicano i media appare felice, con il tocco della laurea in testa. “Una bruttissima notizia”, si legge sul messaggio del celebre ateneo britannico. “I nostri cuori sono pieni di tristezza”. E poi ancora hanno perso la vita due sorelle tunisine, Halima e Houda Saadi, di 34 e 35 anni. Originarie di Menzel Bourguiba, nel governatorato de Bizerte, in un Paese già tragicamente colpito dal terrorismo jihadista, erano arrivate a Parigi per festeggiare insieme il compleanno di un’amica, scrive il sito della radio tunisina Mosaique Fm. Un loro fratello sarebbe invece sopravvissuto alla carneficina.

Ci sono quelle decine di visi e storie di vita negli appelli lanciati su Twitter, con l’hashtag #RechercheParis, da chi non ha notizie di amici e familiari da ieri sera, dispersi per la maggior parte nella strage del teatro. “Retweet per ritrovare Mathias e Marie”, si legge sotto la foto di una giovanissima coppia che si bacia sorridendo. Poco dopo, sotto la stessa foto ma stavolta in bianco e nero, un altro utente: “La ricerca è finita, non ho più parole, solo lacrime. Mathias e Marie ci hanno lasciati”.

Eva, studentessa di un liceo romano, il ‘Virgilio’, per un anno nella capitale francese, racconta le ore degli attentati terroristici di cui è stata testimone. Un post su Facebook, denso e asciutto, come sa essere solo la cronaca vissuta sulla propria pelle: “Vivere in prima persona un’esperienza del genere – l’esordio – ti cambia la vita”. O, per i più sfortunati, te la toglie.

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