LA RETE DELLE TELECAMERE CHE PUO’ PROTEGGERE ROMA Intervista al prefetto Francesco Tagliente dopo le minacce dell'Isis alla capitale d'Italia

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Dal mese di agosto 2010 a giugno 2012 ha ricoperto l’incarico di Questore della Provincia di Roma. Durante questi due anni – caratterizzati da forti tensioni sociali – ha avuto il complesso e difficile compito di gestire le numerose manifestazioni di piazza che in molti casi sfociarono in guerriglia urbana, come avvenne in piazza del Popolo il 14 dicembre 2010 e in piazza San Giovanni il 15 ottobre 2011. E’ stato anche questore di Firenze e prefetto di Pisa. Francesco Tagliente, classe ’49, è uno che di sicurezza ne sa molto più di altri. E a lui abbiamo posto qualche domanda, all’indomani della strage di Parigi e nell’ottica delle minacce a Roma fatte dall’Isis.

Possiamo dirci ragionevolmente sicuri?
“L’Italia dispone di un servizio di intelligence, di una capacità di monitorare ciò che riguarda la sicurezza,che dovrebbe rassicurare i nostri concittadini. Ci sono strutture (la direzione centrale della polizia di prevenzione la Digos, il comitato di analisi strategica antiterrorismo, e altri ancora) che sanno far bene il proprio lavoro. Tuttavia i fatti che sono accaduti in Francia ma non solo, non fanno stare tranquillo nessun Paese, a prescindere dal livello di intelligence e dalla propria capacità di prevenzione”.

taglienteCome si può aumentare il livello di sicurezza della Capitale, messa nel mirino dai jihadisti, facendo i conti con la spending review e la cronica carenza di fondi statali?
“Roma ha un prefetto, un questore, un capo di gabinetto, un dirigente della Digos e riflettori di tutte le strutture investigative allertati per garantire la sicurezza del Giubileo, Ciò che ho realizzato a Pisa penso possa essere un valido strumento anche per Roma: l’anagrafe delle telecamere, che altro non è che il censimento di tutte le telecamere attive in città per poter agevolare l’attività degli investigatori nel momento in cui servisse”.

Nel dettaglio?
“Oggi tutte le metropolitane, le stazioni ferroviarie, quelle aeroportuali, le banche, gli stadi, i supermercati e le gioiellerie dispongono di sistemi di videosorveglianza. Mettere in rete tutte queste telecamere e avere la possibilità di sapere in tempo reale quello che hanno ripreso è fondamentale; conoscere a priori la loro ubicazione, quante sono, quali angolazioni riprendono. Questo serve sia a ridurre i costi dell’attività investigativa, sia a velocizzare e dunque rendere più efficace la stessa.
Evitando di mandare dopo un evento delittuoso, qualunque esso sia, a maggior ragione se atti di terrorismo, il carabiniere o il poliziotto a vedere se c’è una telecamere, dove sta, se funziona. L’anagrafe delle telecamere mette in condizioni di sapere a tavolino, anche a mezzanotte di domenica, quando è tutto buio cosa accade e cosa è accaduto in una determinata strada.

I difensori della privacy storceranno il naso…
“Tutti i dati riguardanti le coordinate geografiche delle telecamere, che confluiranno in una mappa geo-referenziata, saranno raccolti in forma anonima e tenuti a disposizione esclusiva della Prefettura, della Polizia di Stato, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e della Polizia Municipale“.

L’esperienza italiana degli “anni di piombo” può aiutarci a contrastare il fenomeno dell’Isis?
“Abbiamo delle strutture investigative che hanno maturato un’esperienza negli anni del terrorismo che ancora è utile ed efficace, direi specializzata, ma se all’improvviso soggetti che non si sono mai rivelati, mai parlato, per emulazione decidano di farsi esplodere in mezzo a un bar affollato, non c’è nessuna prevenzione realmente possibile. Ecco perché dico che nessun Paese può sentirsi totalmente al riparo oggi da fatti gravi. Noi però siamo più attrezzati degli altri.

C’è chi chiede di vedere più poliziotti e carabinieri per le strade. Cosa ne pensa?
“Non è certo la pattuglia in divisa in più che può rappresentare il valore aggiunto per la prevenzione da atti di terrorismo. L’antiterrorismo si fa con misure discrete, attività preventiva e non visibile, e quindi la gente non la vede e non la deve vedere. Si nota la volante per la rapina, il furto, ma non è questo che può contrastare un manipolo di terroristi. Nemmeno la militarizzazione delle città può farlo, perché non si può mettere un poliziotto, un carabiniere o un soldato davanti a quelli che vengono definiti obiettivi soft, più agevoli da aggredire, cioè non quelli sensibili rilevanti, cioè istituzionali, politici, di governo. I terroristi infatti hanno colpito locali, bar, teatri… è inimmaginabile blindare ogni singolo esercizio commerciale di una città. La rete delle telecamere invece potrebbe svolgere quel compito in tempo reale aiutando l’analisi costante del territorio”.

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