L’illusione a tempo indeterminato

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Partiamo dal dato annunciato dall’Inps: cresce la “quota di assunzioni con rapporti stabili sul totale dei rapporti di lavoro attivati/variati”. Nel primo semestre, spiega l’osservatorio sul precariato confermando l’andamento già espresso dai dati del Ministero del Lavoro, aumenta, rispetto al corrispondente periodo del 2014, il numero di nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato nel settore privato (+252.177), rimangono sostanzialmente stabili i contratti a termine mentre si riducono le assunzioni in apprendistato (-11.500).

Nel periodo – dice lo studio – la variazione netta tra i nuovi rapporti di lavoro e le cessazioni, pari rispettivamente a 2.815.242 e 2.177.002, è di 638.240; nello stesso periodo dell’anno precedente è invece stata di 393.658. Nel primo semestre le nuove assunzioni a tempo indeterminato nel settore privato stipulate in Italia, rilevate da Inps, sono state 952.359, il 36% in più rispetto al 2014, mentre Le trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti di lavoro a termine, comprese quelle degli apprendisti, sono state 331.917 (+30,6%). Da qui – si analizza – la crescita dal 33,6% al 40,8% della quota di assunzioni stabili sul totale.

Ma il confronto, la pesatura di quanto entra e quanto esce, si fa non solo con i contratti a tempo indeterminato, bensì anche con quelli a tempo determinato. E calcolando tutti i fattori esterni. Perché tra quelli sostenuti finanziariamente di oggi e quelli di prima non c’è confronto; non solo, ma essendo cambiate anche le regole stesse dei contratti a tempo indeterminato, il paragone è difficile, se non addirittura improprio.

Rispetto al concetto di incentivo economico, dobbiamo valutare anche qui gli effetti futuri. L’esempio lo abbiamo avuto nel settore automobilistico con la cosiddetta rottamazione; i trend registrati dal mercato sono stati di un incremento sostanziale finché erano in vigore i bonus, per poi assistere a una brusca frenata una volta terminati.

Per avere una fotografia più possibile vicina al reale, dunque, andrebbero conteggiate e confrontate entrambi le tipologie contrattuali, a tempo determinato e indeterminato. il rischio è quello di farsi prendere da facili entusiasmi, molto suggestivi sotto il profilo politico ma impropri sotto quello economico. E se questo dovesse accadere, a farne le spese sarebbero proprio i lavoratori, che oggi si sentono “garantiti” da un contratto che, però, potrebbero veder scivolare dalle proprie mani entro un breve lasso di tempo.

 

 

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