LA SCUOLA CHE NON DA’ I VOTI

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Siamo stati tutti studenti. Tra i banchi di scuola, che hanno visto fiorire amicizie e rivalità, abbiamo condiviso un sentimento comune: l’ansia. Quando i maestri entravano in classe con i compiti corretti, calava il silenzio, mentre si attendeva, per l’appunto ansiosi, il risultato. Non c’era modo di replicare ai professori, l’autocritica non era contemplata. Oggi, le cose sembrano molto cambiate. In alcuni istituti scolastici, i voti sono solo un lontano ricordo. L’ultima frontiera dell’insegnamento è la “scuola senza voti” o “scuola del gratuito”. Ha come obiettivo un’educazione che libera dai disastrosi condizionamenti della cultura del “profitto”.

È la scuola che si ispira al metodo pedagogico di suor Paola Elisabetta Ceroli. Al centro della sua pedagogia, troviamo la motivazione, naturale e spontanea, di ogni ragazzo a sviluppare i suoi doni, promuovendo un sapere critico e la cooperazione tra tutti i soggetti scolastici, senza timore del giudizio. E funziona. Lo si vede nella prima classe primaria della Scuola paritaria “Cerioli” di Orzinuovi, in provincia di Brescia, un complesso con più di 600 iscritti. Il dirigente è padre Antonio Consonni.

“Che stupido! Lucy ho fatto un macello!”, esclamò Marco, quarta elementare, guardando la sua prova scolastica. “Che succede Marco?”, chiese la maestra Lucia. “Sono stato un fesso, potevo stare più attento”. Quel giorno era più distratto del solito, non aveva molta voglia di studiare. La maestra ha avuto l’occasione per proporre una didattica nuova, l’autovalutazione. “Bambini, scrivetemi una frase su come avete svolto la prova”. E i piccoli alunni, senza farsi problemi, hanno iniziano a scrivere: “Non ho capito la consegna…”, “Era un po’ lungo, quando mi stanco non riesco più…”, “Sei furbina maestra, qui c’è un trabocchetto…”. Da allora l’autovalutazione è diventata una cosa normale, portata avanti con serenità, senza la paura di un giudizio negativo.

Nella “Scuola del gratuito”, anche l’errore è positivo. “Se qualcuno sbaglia viene aiutato e l’errore non lo fa più – racconta un bimbo –, invece nelle altre scuole viene rimproverato dalla maestra, è mio cugino che me lo dice”. Per togliere l’ansia bisogna evitare le componenti negative della valutazione, come l’idea che il voto esprima un giudizio sulla persona, con il conseguente, e inevitabile, senso di umiliazione. “Se un bambino ha fatto bene battiamo un cinque – spiega Lucia –, se ha sbagliato lo battiamo due volte, perché comunque ha fatto del suo meglio”.

L’idea di una didattica basata sulla “gratuità” educativa ha entusiasmato diverse persone, come Carolina e Cristiana di Vercelli. Incuriosite da un articolo di Ferdinando Ciani sul periodico “Sempre”, hanno deciso di sperimentare la “scuola senza voti” in una classe di prima media. Su 28 alunni a cui è stata chiesta l’adesione, in 22 hanno risposto positivamente. Per un quadrimestre, agli alunni sono stati dati solo giudizi ben articolati. I voti numerici erano visibili solo sul registro elettronico, a disposizione dei genitori. Purtroppo, qualche famiglia ha “barato”, comunicandoli di nascosto ai propri figli. Uno schiaffo alla didattica dello sviluppo.

“C’è un cambio di prospettiva – dicono le due professoresse – segnalato anche da un lessico diverso: non più verifica ma prova, non più voto ma comunicazione, non più errore ma tentativo”. Tuttavia, resta da lavorare sulla capacità di imparare dagli errori e di sostenere chi è in difficoltà. Ma in generale il progetto ha avuto risultati positivi. Soprattutto, è stata superata l’ansia del voto, che Chiara, una studentessa che ora frequenta l’Università, sa raccontare molto bene: “Voti che sembrano ossessionare la scuola di oggi… Sono quei numeri che fanno passare la voglia di insegnare e di studiare, credetemi!”.

Anche una mamma, Patrizia, parla di ansia: “Ero preoccupata dal fatto che mia figlia finisse in classe con un’amica di famiglia; temevo di non riuscire a sostenere un anno di confronti e di sensi di inferiorità”. Ma per questa donna c’è stata una sorpresa: ha iscritto la figlia all’Istituto paritario “Cerioli”.

Tra i genitori c’è stata qualche perplessità, all’inizio, ma poi i timori si sono sciolti velocemente. Ciò che davvero conta, per bene educare i ragazzi, è la parola scritta all’inizio del giudizio di ogni verifica: “Cara/Caro…”.

Liberamente tratto da “Sempre”

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1 COMMENT

  1. Approvo pienamente questo approccio con i bambini e gli adolescenti, e mi piace.
    Certamente ciò non dovrebbe escludere un giudizio, il più possibile condiviso. Non possiamo dimenticare che la Scuola, dovendo preparare alla conoscenza e alla partecipazione attiva e specializzata nel campo del lavoro, dovrà comunque poter esprimere in giudizio finale.

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