SINAI, L’INFERNO E IL PARADISO

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Il monte Sinai, “solitamente” identificato col monte Oreb, è il luogo in cui ricevette le tavole della legge, il celeberrimo decalogo. Un luogo caro alla cristianità, dunque, e all’ebraismo in particolare. Oggi quel nome, per la verità un po’ dimenticato, torna d’attualità dopo la caduta dell’aereo russo. La guerra di religione tra l’Isis e il resto del mondo si concentra su quella zona ai confini della Palestina, ma lo scenario è ben diverso da millenni fa.

Attualmente la Penisola del Sinai, una fetta di terra letteralmente divisa in due: il nord, area di scontri armati tra l’esercito del Cairo e i jihadisti affiliati all’Isis, e il sud, eden dei turisti, con le spiagge assolate di Sharm el Sheikh, perla del Mar Rosso.

Al suo interno, tra le montagne desertiche trovano riparo vari gruppi che, nel corso degli ultimi decenni, tra alleanze, divisioni e frammentazioni di ogni genere, hanno cambiato strategia passando dal contrabbando di armi e di altri generi illegali, ai sequestri delle comitive di turisti, per combattere infine cristiani, ebrei e musulmani traditori. A giocare un ruolo di primo piano è Wilayat Sinai (‘Stato del Sinai’), che ha giurato fedeltà all’Isis. Il gruppo ha origine da un’altra feroce organizzazione terrorista, Ansar Beit al Maqdis (i Partigiani di Gerusalemme), nata nel 2011, la cui ideologia era inizialmente basata su rivendicazioni autonomiste dei beduini, frammiste ad ideologie estremiste tipiche del salafismo armato e di al Qaida. Negli ultimi quattro anni Ansar ha perfezionato i suoi mezzi, fino al salto di qualità affiliandosi con il Califfato.

La sua strategia militare è cambiata, con attacchi mordi e fuggi contro polizia ed esercito, azioni kamikaze e uso di bombe, granate, mezzi corazzati, missili, fucili Rpg e kalashnikov. Ma il cambiamento ha toccato anche la sua strategia comunicativa, con l’uso di un linguaggio via web ‘raffinato’ nei contenuti. L’obiettivo è creare uno Stato parallelo al governo centrale, con mire espansionistiche a ovest fino al Cairo.
Il Sinai ospita anche le ‘Bandiere nere’ (El Rayat el Sawdaa) fedeli alla Sharia, El salafia el jihadia (salafismo jihadista) legati ad al Qaida, la formazione ‘El tawhid wal jihad’ (unificazione e Jihad) che comprende le Brigate Ezzedine al Qassam, l’ala militare di Hamas, fino a ‘el nagoune men al nar’ (I sopravissuti dell’Inferno) specializzati in operazioni contro Israele e i gasdotti. Non meno pericoloso il Consiglio della Shura dei mujaheddin legato ad Hezbollah.

Una galassia del terrore che il generalissimo Abdel Fattah al Sisi combatte con ogni mezzo, con inevitabili ricadute sul piano delle vite umane. Da decenni questa tormentata regione è nel mirino del terrorismo. Negli ultimi anni del regime del rais Hosni Mubarak non mancarono infatti azioni violente con attacchi a caserme e a posti di polizia, azioni però con matrici non chiaramente identificabili con quelle attuate oggi dall’Isis.

Amr Sedki, esperto egiziano, non nasconde l’impatto che il terrorismo ha avuto e avrà negli anni a venire sull’Egitto e sui flussi turistici, ma si dice convinto che quello che sta accadendo nel nord del Sinai non minaccerà il ricco paradiso balneare. D’altronde ci sono forze armate di tutto il Paese a protezione di Sharm, località turistica che dà da mangiare a tutti. Posti di blocco continui, con posizionamento di transenne: ogni singolo veicolo è costretto a passare molto lentamente. In alcuni casi vengono utilizzati anche i metal detector. Anche nel deserto di trovano check point: le mitragliette sono fissate su cavalletti a terra, ad altezza d’uomo. A terra ci sono dei sacchi, trincee dietro le quali i militari possono ripararsi. La guerra con l’Isis finisce lì; poi c’è spazio solo per gli ombrelloni.

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