MAFIA CAPITALE, INIZIA IL MAXI PROCESSO

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Quarantasei imputati, centinaia di testimoni, migliaia di intercettazioni, 3-4 udienze la settimana calendarizzate almeno fino al luglio 2016, centinaia di giornalisti accreditati, tra carta stampata, agenzie e testate on line. Due i palcoscenici: l’aula Vittorio Occorsio del tribunale penale di piazzale Clodio, dove oggi è stato battuto il primo ciak, e quella bunker del carcere di Rebibbia, a ricordare quella dell’Ucciardone di Palermo dove, 29 anni fa Cosa Nostra e affiliati finirono alla sbarra per la prima volta. Inizia il processo contro “Mafia Capitale”, la più ramificata, pericolosa, organizzazione criminale che Roma abbia mai visto. Più della Banda della Magliana, secondo alcuni, con cui, in ogni caso, esistono diversi punti di contatto. A partire da Massimo Carminati, ex boss e killer della mala romana e dei Nar, diventato, secondo gli inquirenti, vertice di quel “Mondo di Mezzo” in cui crimine e politica deviata s’incontrano, fanno affari, decidono chi guadagna e chi no. Per la prima volta la parola mafia entra, dunque, nel vocabolario della Capitale. Prima di oggi c’erano state “batterie”, gruppi di fuoco, sodalizi (come quello fondato 40 anni fa dalla triade Giuseppucci-Abbatino-De Pedis) con fortune alterne. O infiltrazioni di camorra, ‘ndrangheta e Cosa Nostra. Ma questo è un tumore primitivo, non una metastasi. E’ un cosmo che nasce e muore (speriamo) qui, nella città dei Cesari e dei Papi. Il sole di questo oscuro sistema planetario sarebbe proprio Carminati, “er Cecato”, perché guercio, che proviene dalla frammentata galassia dell’eversione nera anni 70.

Il dibattimento, risultato della complessa inchiesta condotta dalla Procura che dal 2012 è guidata da Giuseppe Pignatone, si annuncia lungo e complesso. Due i decreti di giudizio immediato (relativi agli arresti del dicembre 2014 e del giugno 2015) che il collegio guidato dal presidente Rosanna Ianniello dovrà riunire. Ma le difese, che non hanno affatto digerito il programma di lavoro stabilito dal tribunale, sono pronte a dare battaglia sollevando eccezioni di ogni tipo. Intanto, dietro la minaccia di quattro giorni di astensione dalle udienze (ridotta alla sola giornata del 9 novembre), gli avvocati hanno almeno ottenuto la presenza nelle celle dell’aula di tutti i detenuti. Solo tre dovranno rassegnarsi a seguire il dibattimento a distanza, per l’intera sua durata, e si tratta di figure chiave del procedimento: oltre a Massimo Carminati, rinchiuso nel carcere di Parma e il solo a essere sottoposto al regime del 41 bis, ci sono Salvatore Buzzi, il presidente della cooperativa “29 giugno” indicato come grande manovratore del sistema corruttivo, detenuto a Tolmezzo, e Riccardo Brugia, amico del “Cecato”, che si trova nella casa circondariale di Terni. Carminati è ritenuto dalla Procura il capo e il promotore dell’associazione di stampo mafioso che faceva affari con imprenditori collusi e con rappresentanti del mondo politico e istituzionale di Comune e Regione. Brugia, quale suo braccio destro, era secondo l’accusa non solo il custode delle armi (mai trovate, per la verità) a disposizione del sodalizio, ma gli viene attribuito anche un ruolo di organizzatore dell’associazione criminosa al pari di Buzzi e del manager Fabrizio Franco Testa.

L’ex ad di Ama, Franco Panzironi, viene definito dall’accusa “pubblico ufficiale a libro paga”, come pure Carlo Pucci, dirigente di Eur spa. Poi ci sono i politici. A partire da Mirko Coratti, già presidente dell’assemblea Capitolina. Ci sono poi Pierpaolo Pedetti (consigliere comunale), Luca Gramazio (consigliere regionale), Giordano Tredicine (consigliere comunale), Andrea Tassone (ex presidente del Municipio X, Ostia) e Luca Odevaine, già componente del “Tavolo di coordinamento nazionale sull’accoglienza per i richiedenti asilo”, che martedì ha ottenuto i domiciliari dopo undici mesi di carcere. Nel frattempo sono arrivate le prime quattro condanne, pesantissime, emesse dal gup in abbreviato: tra tutte spicca quella di 5 anni e 4 mesi inflitta a Emilio Gammuto, collaboratore di Buzzi, al quale è stata riconosciuta l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa. Riconoscimento fondamentale per la Procura il cui lavoro fino ad ora (cioè nella fase delle indagini preliminari) aveva incassato l’avallo del gip, del tribunale del riesame e della Cassazione. Martedì è arrivato anche quello del gup. Un segnale forse non proprio incoraggianete per le difese.

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