STATO-MAFIA: MANNINO ASSOLTO PER “NON AVER COMMESSO IL FATTO” Giudizio abbreviato favorevole all'ex ministro. Era accusato di aver avviato la trattativa con Cosa Nostra

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Il processo sulla presunta trattativa Stato-mafia registra la sua prima assoluzione eccellente. Si tratta di Calogero Mannino, ex ministro Dc, estraneo ai fatti secondo il gup di Palermo, Marina Petruzzella. Una decisione che boccia la tesi dei pm, che per Mannino avevano chiesto 9 anni di carcere, e secondo i quali proprio dall’esponente democristiano, preoccupato di essere ucciso da Cosa Nostra, partì l’input per intavolare la trattativa. L’ex ministro, accusato di minaccia a corpo politico dello Stato, e difeso dagli avvocati Grazia Volo, Marcello Montalbano, Carlo Federico Grosso e Nino Caleca, ha scelto il rito abbreviato, svincolandosi in questo modo dal troncone principale del processo in corso davanti alla Corte d’Assise di Palermo, e che vede 10 imputati, tra politici, mafiosi e ufficiali dell’Arma.

Di fatto, l’assoluzione di oggi consegna alla storia il primo giudizio per un imputato del processo su una delle pagine più nere del Paese. Una sentenza per certi versi storica, che segna un punto importante in quell’inchiesta avviata nel 2008 dalla Procura di Palermo, e che negli ultimi 7 anni ha toccato i livelli più alti delle istituzioni, arrivando a sfiorare, come teste, persino l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Una decisione che è difficile non immaginare possa avere “ricadute” sul processo principale. In particolare per quanto concerne il reato contestato dai pm all’imputato: il tanto criticato violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato.

Ma quale era, nello specifico, il ruolo contestato dai pm palermitani a Mannino, e respinto dal gup? I fatti che avrebbero riguardato l’ex ministro risalgono alla prima fase della trattativa Stato-mafia, antecedente le stragi del ’92, e che parte il 30 gennaio di quell’anno, quando la corte di Cassazione confermò in via definitiva le sentenze del Maxiprocesso. Mannino, preoccupato per la reazione spietata di Totò Riina e dei suoi uomini, temette per la propria vita (ancor di più dopo l’uccisione di Salvo Lima). Sarebbe stato per scongiurare quel pericolo di ritorsioni nei suoi confronti che, sempre secondo quanto contestavano gli inquirenti, l’ex ministro Mannino si diede da fare incontrando l’allora capo del Ros Antonio Subranni e l’ex dirigente del Sisde Bruno Contrada, per cercare di aprire un canale di comunicazione con i corleonesi. Paure fondate, che avrebbero trovato conferma nelle parole del boss Giovanni Brusca, il quale raccontò ai magistrati di aver iniziato a seguire l’ex ministro, fino a quando a “u verru” non arrivò l’ordine di fermarsi perché qualcosa era cambiato: era iniziata la trattativa.

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