A 40 ANNI DAL DELITTO PASOLINI IL “GIALLO” E’ ANCORA IRRISOLTO L'artista venne ucciso tra il 1° e il 2 novembre del 1975. Ma la sua morte fa ancora discutere

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Nell’epoca dei “misteri italiani”, quella che percorse il nostro Paese tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli 80, trova spazio anche la vicenda legata alla morte di Pier Paolo Pasolini, avvenuta esattamente 40 anni fa. La giustizia ha fatto il suo corso, accertando che a uccidere l’intellettuale fu il giovane Pino Pelosi, “ragazzo di vita” adescato dallo stesso artista per l’avventura di una notte poi tramutatasi in tragedia. Ma oggi c’è ancora chi, in quella storiaccia consumatasi all’Idroscalo di Ostia, continua a non vederci chiaro. Pasolini era un personaggio scomodo, non allineato con il pensiero benpensante e borghese di quell’Italia democristiana, ma anche feroce critico del Pci e della sinistra parlamentare. Per capirsi fu quello che, negli scontri di Valle Giulia del 1 marzo 1968, difese la polizia “proletaria” contro gli studenti “figli di papà”, rivoluzionando il concetto della lotta di classe. Affermazioni che gli costarono un ulteriore isolamento all’interno dell’establishment comunista, il quale si riteneva unico depositario delle esigenze popolari. Un soggetto ritenuto pericoloso anche per la sua dichiarata omosessualità, che metteva in imbarazzo soprattutto la sua sinistra.

Nato a Bologna nel 1922, girovaga per i paesi in cui viene trasferito il padre militare, poi dal 1937 torna a Bologna dove studia, segue all’Università le lezioni di un maestro come Roberto Longhi, fa amicizia con il gruppo di Leonetti e Roversi (coi quali negli anni ’50 fonderà ”Officina”), collabora a riviste e pubblica in friulano le ”Poesie a Casarsa”, il paese dell’amatissima madre Susanna. Viene richiamato 15 giorni prima dell’8 settembre 1943, quando fugge e ripara proprio a Casarsa dove sono sfollati la madre e il fratello minore Guido, che, partigiano autonomista, nel 1945 resta ucciso in scontri con partigiani favorevoli a Tito, fatto che lo spingerà a un maggiore impegno politico e all’iscrizione al Pci, mentre inizia a insegnare. Nel 1949, accusato di corruzione di minori del suo stesso sesso, per lo scandalo venne sospeso dalla scuola e radiato da partito e, come costretto a fuggire, si trasferisce a Roma (ne parlerà 30 anni dopo in”Amado mio” e ”Atti impuri”). Se per Pasolini, e lo testimoniano i suoi primi versi, il Friuli era luogo quasi sognato, ”di una civiltà pre-capitalista – come ha scritto Vincenzo Mengaldo – e intrisa di religiosità primitiva, la quale si sottrarrebbe alla devastante ruspa della storia, opponendole la sua autenticità incontaminata”, così felici e liberi nella loro istintuale esistenza e sessualità sono i ”Ragazzi di vita”, romanzo scandalo del 1955, scritto invece in un romanesco non reale, mimetico, ma allusivo e reinventato letterariamente (quattro anni dopo arriverà ”Una vita violenta”).

L’originalità e il dibattito aperto da queste opere mettono Pasolini al centro dell’attenzione culturale e mediatica e da allora la sua vita non fa che arricchirsi e diventare sempre più pubblica, compresa la sua sessualità, mentre lui cerca la provocazione, è ”l’ultimo apocalittico radicale” come scrive Sanguineti, è assertivo e mai dialogico nelle sue esternazioni (arriva a chiedere che vengano sospese la scuola dell’obbligo e la televisione), nelle sue nostalgie e nelle sue visioni, nel suo non accettare alcuna omologazione, che è poi il suo dato più eversivo. Non resta allora che citare i suoi titoli principali, i versi delle ”Ceneri di Gramsci”, ”La religione del mio tempo, ” Poesie in forma di rosa”; i romanzi ”Il sogno di una cosa”, il bel ”Teorema” (che nasce in seguito all’omonimo film) e il postumo e ambizioso ”Petrolio”, i drammi in versi, dopo il ”manifesto per un nuovo teatro”, ”Orgia”, ”Calderon” e ”Affabulazione”, che proiettano nel mito i complessi temi psicologici della sua opera; quindi i film, a partire dal 1961 con ”Accattone”, poi ”Mamma Roma” e ”La ricotta”, e ancora ”Edipo Re” e il nuovamente scandaloso e intensissimo ”Vangelo secondo Matteo”, sino al ”Decameron” e all’estremo, perché ultimo e per l’apocalittico pessimismo che lo pervade, ”Le 120 giornate di Sodoma”. A tutto questo si aggiungono volumi di saggi letterari e raccolte di articoli, pubblicati appunto tra l’altro coi titoli ”Lettere luterane” e ”Scritti corsari”. Un’eredità articolata, ricca, che cresce col tempo, la cui attualità, come scrisse il suo amico Gian Carlo Ferretti, ”riposa nella duplicità, nell’ambivalenza drammaticamente esibita fra pubblico e privato, fra l’opera e l’uomo, fra la pagina scritta e l’offesa quotidiana sopportata in pubblico e in pubblico denunciata e urlata”.

La morte avviene nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975. Il cadavere massacrato viene ritrovato da una donna alle 6 e 30 circa. E’ l’amico Ninetto Davoli a riconoscerlo. Nel processo Pelosi affermò di essere stato avvicinato da Pasolini nelle vicinanze della Stazione Termini, presso il Bar Gambrinus di Piazza dei Cinquecento, e da questi invitato sulla sua vettura, (un’Alfa Romeo 2000 GT Veloce) dietro la promessa di un compenso in denaro. La tragedia, secondo la sentenza, scatursce a seguito di una lite per pretese sessuali di Pasolini alle quali Pelosi era riluttante, degenerata in un alterco fuori dalla vettura. Il giovane viene minacciato con un bastone del quale si impadronisce per percuotere Pasolini fino a farlo stramazzare al suolo, gravemente ferito ma ancora vivo. Quindi Pelosi sale a bordo dell’auto dello scrittore e travolge più volte con le ruote il corpo, sfondandogli la cassa toracica e provocandone la morte. Pelosi viene condannato in primo grado per omicidio volontario in concorso con ignoti, successivamente, in Appello, la pena viene confermata ma esclude la partecipazione di altre persone.

 

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