Vivere in strada

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Papa Francesco lo chiede ai pastori: essere vicini alle persone, sentirne le difficoltà nella vita, capirne la realtà. Credo che questa sia un’indicazione che debba valere per tutti, ma certo se i pastori non la vivono è molto più difficile che gli altri riescano nell’intento. Credo che dobbiamo imparare a vivere gli uni per gli altri, e mi sento incoraggiato senz’altro da questa indicazione così insistente, ripetuta dal Pontefice, di stare per le vie del mondo. D’altronde il prete non può che essere “di strada”, e per la verità anche i cristiani non possono che esserlo. Perché solo lì possiamo incontrare il prossimo e, quindi, quella presenza di Gesù nella nostra vita.

Nei quartieri si incontrano moltissimi poveri, ultimi, emarginati, disadattati. Eppure, esistono oggi dei nuovi emarginati, che vivono la solitudine anche all’interno delle famiglie, nei posti di lavoro. Madre Teresa diceva che questa è la malattia dell’Occidente. Ce ne sono tanti condannati alla solitudine per la loro fragilità; per esempio gli anziani. Ma anche quegli uomini disperati, che molte volte dopo fallimenti affettivi si ritrovano soli, sopraffatti dai problemi economici che spesso accompagnano queste avversità.

Qualche settimana fa c’è stato un episodio a Roma che mi ha molto scosso e mi fatto interrogare: una professoressa morta in casa, che è stata ritrovata dopo due anni. Era una donna probabilmente anche un po’ strana, con un carattere forse particolare…Fatto sta che nessuno se ne è accorto e alla fine da quell’appartamento usciva un odore insopportabile. I vicini si sono difesi, diciamo così, chiudendo ermeticamente con lo scotch la porta della donna. Ma non possiamo far accadere queste cose, non si può vivere così.

Dobbiamo ribellarci all’abitudine alla solitudine. Essa è la conseguenza di tante istituzioni che non fanno quello che devono fare, che non sono efficienti; ma dobbiamo anche noi imparare a farci carico delle difficoltà degli altri, perché sono le nostre. Mettere i sigilli, ci chiude dentro. Pensiamo di risolvere i problemi, ma tutto diventa al contempo una prigione anche per noi. E’ lo stesso discorso dei “muri”, che si costruiscono pensando di mettersi al sicuro e invece poi ci si trova a vivere ingabbiati. La libertà, quella vera, è la capacità di aprirsi all’altro.

S.E. Mons. Matteo Maria Zuppi

 

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