IN NOME DEL POPOLO INQUINATO

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In nome del Popolo Inquinato, a Taranto si è aperto il maxiprocesso sui veleni dell’Ilva. Un processo al disastro ambientale, ma anche al disastro politico che lo ha permesso. Perché a Taranto si inquina sapendo di inquinare, dagli anni 60, da quando la grande acciaieria fu costruita su una riserva naturale dove si curavano i bambini asmatici.

Oggi, l’aria di quella terra i bambini li uccide. Secondo l’istituto Superiore di Sanità, dal 2003 al 2009 le leucemie nei piccoli tarantini sono il doppio rispetto al resto d’Italia. E quattro neonati leucemici su 10 non arrivano al secondo anno di vita. Chi nasce a Taranto, grandi e piccini, muore di più. Il 10% in più, per l’esattezza, con aumenti record dei tumori di stomaco, fegato, mammella e utero.

Che l’aria dell’acciaieria non facesse bene s’era capito subito. Il cacio ricotta analizzato nel 1966 era già zeppo di diossina. Esattamente come il latte delle mamme tarantine.

Ridicoli i provvedimenti degli ultimi sindaci di Taranto, come quello che ha proibito ai bambini del rione Tamburi di giocare per strada. Uno schiaffo all’intelligenza. Con un pizzico di perversione in più avrebbero potuto vietare direttamente le gravidanze. Ma la grande acciaieria doveva andare avanti comunque, senza spendere un soldo per limitare il proprio inquinamento, sotto il ricatto della tutela dei posti di lavoro: a prescindere dalla sopravvivenza dei lavoratori e dei tarantini stessi.

E così è stato, con il permesso di tutti i ministeri dell’ambiente e il silenzio assenso dei presidenti della Regione Puglia, di destra o di sinistra. Fino a Vendola, sorpreso a flirtare al telefono con Girolamo Archinà, il portavoce della famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva. A cui chiedeva con deferenza di riferire al grande capo che il Presidente della Regione, casomai servisse, non si era mai defilato. Nonostante il nome del suo partito, Sinistra Ecologia e Libertà.

Ma non è una questione di destra o di sinistra: il cosiddetto “sistema Archina’” prevedeva contatti con tutte le forze politiche, a tutti i livelli. Nelle carte dell’inchiesta c’è una lettera del 2010 che dimostra il tipo di richieste che faceva Emilio Riva, il patron, in questo caso direttamente a Pierluigi Bersani, destinatario della missiva. Il presidente del gruppo chiede senza mezzi termini all’allora segretario del Pd di difendere l’acciaieria e i suoi posti di lavoro dagli attacchi degli ambientalisti. E lo fa con la forza di chi ha già offerto al numero uno del Partito Democratico un regolare contributo elettorale di 98mila euro.

Che sia chiaro, non è reato. Ma un leader di partito dovrebbe sapere che non tutti i contributi sono disinteressati e non tutti i soldi non hanno odore.

Fosse stato per la politica a Taranto non sarebbe cambiato mai nulla. Come troppo spesso accade in questo paese, c’è voluto l’intervento della magistratura. Nel luglio 2012 il Tribunale di Taranto sequestra le prime aree dello stabilimento, con un’ordinanza che accusa l’Ilva e i suoi proprietari di aver “disperso sostanze nocive nell’ambiente” provocando “malattia e morte con coscienza e volontà… per il profitto”. Parte un braccio di ferro infinito con i governi: Monti, Letta e Renzi riaprono per decreto tutto quello che i giudici chiudono per legge.

Associazione a delinquere, disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e corruzione: queste le accuse con cui vanno dentro Emilio Riva, deceduto un anno fa, e il figlio Nicola. Mentre l’altro figlio, Fabio, rimane in latitanza dorata a Londra, fino all’estate scorsa. Ora i due eredi Riva sono alla sbarra insieme ad altri 45 imputati, compresi l’ex governatore Vendola e il sindaco di Taranto Ippazio Stefano.

Ma se la vicenda processuale muove i primi passi, resta una grande incognita sull’ammodernamento e la bonifica degli impianti che l’Ilva avrebbe dovuto portare a termine entro il 30 luglio scorso. Forse la grande acciaieria inquina ancora, forse no. Il ministero dell’ambiente tace. Per i tarantini, gli operai del siderurgico e le loro famiglie rapinate del futuro, il dilemma è sempre quello: il lavoro o la vita?

 

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2 COMMENTS

  1. Probabilmente, a 75 anni suonati, sono un candido illuso. Perché, oltre alle giuste condanne per disastro ambientale e omicidio premeditato, non si confiscano i beni della famiglia Riva fino al punto da rendere l’acciaieria in grado di non inquinare più (confiscando anche i beni all’estero, comunque camuffati) e contemporaneamente si mandano a casa, per sempre, i vari Bersani, Vendola (il pontificatore!), Monti, Renzi (se colpevole) e tutti i vari ministri e sottosegretari che in mezzo secolo si sono succeduti alla guida dei ministeri dell’ambiente?
    Sarebbe una battaglia epocale e lunghissima, con in campo gli studi legali più affermati del mondo, a cominciare da Clifford&Chance: beh, grossi nemici, grande desiderio di battaglia per la giustizia!
    Maurizio Libori

  2. Caro Maurizio, chiedi giustamente perché.
    Personalmente non ho risposte articolate, ma un’ipotesi basata sulla nostra Storia, sì. Dai Savoia e i Cavour, passando dalle Famiglie potenti di questa Nazione ed arrivando alla situazione politica attuale, io scorgo una costante trasversale. Essa ha un nome preciso e si chiama “Massoneria”.
    Questa ipotesi, se fosse vera, spiegherebbe bene il perché certe cose, che non dovrebbero accadere….accadono e continuano ad accadere, mentre altre, che dovrebbero accadere…non accadono.

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