SANITÀ, UNA DISTRAZIONE DA 30 MILIONI DI EURO

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Mesi e mesi per ottenere una visita specialistica, posti limitati negli ospedali, pronto soccorso in affanno, sale operatorie chiuse d’estate per carenza di personale. Tutto perché “non ci sono più soldi”, perché le casse sono ormai vuote. E così l’organizzazione della sanità italiana ne risente: secondo i dati del Ministero della salute (raccolti tramite il Simes, sistema informativo per il monitoraggio degli errori in Sanità) pubblicati nel 2015 e facenti riferimento agli anni precedenti, in 26 casi le operazioni chirurgiche sono state eseguite su parti del corpo errate. In 32 il paziente era giusto ma le procedure errate. In 159 casi è stato dimenticato materiale operatorio all’interno del paziente ed è stato necessario un nuovo intervento. Sono state poi 471 le cadute fatali che hanno portato a morte o gravi danni, 295 i suicidi o i tentati suicidi dei pazienti, 135 i casi di decessi o danni imprevisti dopo gli interventi chirurgici.

E’ di queste ore il blitz all’ospedale Israelitico di Roma, con accuse di falso e truffa per dirigenti e medici. Secondo gli investigatori, sarebbero circa 2.000 le cartelle cliniche che sono state falsate tra il 2012 e il 2013, attestando interventi mai eseguiti per un danno stimato in 7,5 milioni di euro.

Se però a questo tipo di episodi aggiungiamo i mancati controlli di chi gestisce Asl e ospedali, il lassismo amministrativo, gli errori contabili, allora il saldo disponibile per far migliorare il settore diventa “zero”.

E non parliamo di piccoli sprechi, ma di giganteschi buchi di bilancio che resistono per interi lustri senza che nessuno se ne accorga. Un caso simbolo, è stato evidenziato dalla Corte dei Conti (sentenza 912/2015, Sez. Giurisdizionale della Campania), e riguarda la gestione decennale della Asl NA1 per la quale si è creato un passivo di oltre 30 milioni di euro, dovuto a doppi pagamenti per le medesime prestazioni e altre operazioni contabili sballate.

Il motivo di questi errori ha dell’incredibile: i giudici parlano di “gravissimo disordine amministrativo”. Nessuno si accorgeva dell’errore, nessuno controllava, nessuno sapeva. E quando qualche singolo dirigente ha provato a denunciare le storture che si stavano perpetrando, l’indifferenza è stata la risposta generale. E così sono finiti nei guai l’assessore alla sanità Montemarano, e con lui altre 14 persone tra direttori amministrativi, del servizio bilancio e conti consuntivi, del dipartimento economico finanziario, del servizio economico fiscale, oltre a diversi componenti del collegio di sindaci dell’Asl.

Scoprire che milioni di euro vengono stornati per il malaffare è già devastante, in un’Italia dove la criminalità organizzata si è addirittura divisa il territorio in regioni, ma pensare che altrettanti soldi vengano buttati per inerzia e incapacità è deprimente. Ea dirlo non sono considerazioni giornalistiche, ma le parole dei magistrati “gravissimo atto di disordine organizzativo e contabile”. “E’ emerso – scrivono i giudici – che una delle cause principali della indicibile confusione rinvenuta nella contabilità, e della patologia rappresentata dai doppi pagamenti, era da individuarsi nell’assenza di un sistema informatico in grado di mettere in collegamento diretto tutti i centri di costo aziendali, e nell’abnorme disordine in cui versava l’archivio cartaceo”.

Insomma, nessuno si preoccupava di sistemare nulla, né di confrontarsi con gli altri uffici. Né tanto meno i vertici aziendali, gli apicali e l’interfaccia politica avevano alcun interesse a rimettere le cose a posto. Provocando quello che in sentenza viene definito un “abnorme dispendio di pubbliche risorse”. Nessun “controllo interno ed esterno della liceità della gestione economico-finanziaria aziendale”, con un atteggiamento inerte che ha provocato “l’incancrenirsi del descritto stato di grave inefficienza”. Uno schiaffo alla credibilità del sistema sanitario italiano.

Per di più, sottolineano i giudici, la mala-gestio è maturata “in un settore essenziale, quale la sanità, con ricadute immediate sul diritto fondamentale alla salute dei cittadini”. Le notorie difficoltà di natura finanziaria cui storicamente è andato soggetto questo settore del welfare, avrebbero imposto un più elevato grado di attenzione e dedizione, al fine da evitare lo sperpero delle già insufficienti risorse a disposizione.

E adesso? Ora sarà difficile recuperare quei soldi. In molti casi è sopraggiunta la prescrizione, dunque non è più contestabile il doppio introito ad aziende che lo hanno incamerato da almeno dieci anni; in altri risulta certificata agli atti l’impossibilità oggettiva di rinvenire la relativa documentazione amministrativa contabile; in altri ancora le ditte che avevano percepito il doppio pagamento sono estinte. E difficilmente la condanna al pagamento di 30 milioni di euro inflitta alle 15 persone coinvolte porterà effettivamente al recupero intero delle somme ormai svanite. E così la malasanità scrive l’ennesimo capitolo della sua saga, e a pagare il libro sono sempre e soltanto i cittadini.

 

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2 COMMENTS

  1. vergogna,vergogna, vergogna. E noi paghiamo, come diceva Totò. Che dice Renzi su queste cose? Che dicono i responsabili delle regioni? Nulla. Continuano a spendere e a litigare per accaparrarsi quei posti . Bisogna dire basta! Bisogna girare pagina, politicamente. Forza grillo.

  2. La Vergogna ha persino perso la sua efficacia. Basta guardare le persone (politici e dirigenti pubblici) responsabili di questi risultati quanta faccia tosta hanno. E poi quando si parla di ridurre lo spreco nella sanità pubblica arriva immediata la minaccia di sciopero, a cominciare dai presidenti delle Regioni, che farebbero meglio a controllare dove vanno a finire i soldi pubblici. Basti pensare che mediamente dal 75 al 80 per cento del bilancio di un a Regione viene destinato alla sanità. Purtroppo i giudici fanno ancora troppo poco in questa direzione.

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