La locomotiva tedesca tira i freni

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Forse in pochi ricordano quali fossero i dati economici della Germania solo dieci anni fa. Nel 2000 il settimanale The Economist appellava lo stato teutonico come “il malato d’Europa” e ancora nel 2004 l’economia tedesca entrava in una profonda recessione che si inseriva in una parabola di declino apparentemente inarrestabile e priva di precedenti per la sua durata di quasi quindici anni.
Fu allora che il Cancelliere Gerard Schroeder diede impulso a un piano strutturale di riforme economiche che fu provvidenziale per lo stato tedesco quanto devastante, in termini elettorali, per la compagine di centrosinistra capitanata dal SPD. Fu quello che prese il nome di “Agenda 2010”.

Gli interventi riguardarono ogni aspetto del sistema economico e tra i provvedimenti più importanti fu tagliato il periodo del sussidio di disoccupazione, si riscrissero in maniera più flessibile le regole sui licenziamenti, fu resa quasi obbligatoria l’accettazione di un lavoro per i disoccupati per non perdere il diritto ai sussidi, fu diminuito il peso fiscale sul lavoro, si creò un sistema più fluido il passaggio dalla scuola all’occupazione sburocratizzando l’apprendistato e si introdussero regole molto più stringenti per la copertura sanitaria.

Il piano fu ambizioso, in effetti, e con il senno di poi si potrebbe dire anche fruttuoso ma, a voler essere pignoli, nulla sarebbe stato possibile se non si fosse deciso di violare il Patto di Stabilità per ben tre anni di fila.

Detto così sembrerebbe una bestialità, gli alfieri dell’austerità e della stabilità dei conti che, più di una volta, ignorano i limiti di deficit imposti dal Trattato di Maastricht e impiegano più risorse di quelle che la finanza pubblica concederebbe ma così fu.

Il deficit tedesco crebbe e toccò il 3.9% nel 2004, dopo aver già segnato un 3.8 l’anno precedente ma nulla successe in ambito europeo, non ci furono strilli a invocare la stabilità dei conti, il deficit spending si fece e basta.

Il mix di riforme e di elasticità nella spesa pubblica fu produttivo, però, e la Germania uscì dalla crisi quindicennale in cui versava, iniziando il percorso di crescita che la portò ad essere l’economia “egemone” nel continente.

Nonostante tutto le conseguenze del piano riformistico furono pesantissime per l’allora coalizione di governo che perse tutte le elezioni regionali e, dopo la disfatta in Norreno-Westfalia, si vide costretta a indire le elezioni politiche anticipate per perdere anche quelle aprendo la strada alla Grosse Koalition che portò alla guida del Paese Angela Merkel.

Sembrerebbe, però, che qualcosa, oggi, non funzioni più o meglio che le notizie sulla solidità del modello tedesco siano, quantomeno, esagerate.

A voler ben vedere il tasso di crescita della Germania, tra il 2000 e il 2014, è stato ben inferiore al punto e mezzo percentuale ponendo lo stato tedesco nelle parti basse del ranking degli stati europei, esattamente al 13° posto su 18. A questo aggiungiamo che la celebrata riforma Hartz, da cui il Governo Renzi ha preso spunto per il suo Jobs Act, ha diminuito, in effetti, la disoccupazione ma il risultato è stato ottenuto allargando il bacino dei lavoratori precari, part-time e sottopagati (con l’inserimento dei c.d. minijob) con il risultato che il monte ore lavorate totale è rimasto praticamente invariato, in più ha aumentato ulteriormente il numero di residenti che beneficiano di sussidi statali a integrazione dei bassi redditi percepiti.

L’impianto riformistico ha avuto, poi, l’effetto di “congelare” i salari, comprimendo la domanda interna e permettendo al paese di acquisire un vantaggio competitivo rispetto agli altri stati europei, che non sono riusciti a imporre le stesse condizioni ai loro lavoratori.

Il boom delle esportazioni tedesche è stato reso possibile principalmente dal fatto che gli altri paesi del continente non hanno seguito la stessa politica salariale ma hanno mantenuto un livello di domanda tale da poter assorbire le esportazioni tedesche, non certo su un aumento del tasso di produttività che, invece, è da anni uno dei più bassi del continente.

Il crollo della domanda interna, il vantaggio competitivo dato dal costo del lavoro e un blocco generalizzato degli investimenti infrastrutturali ha spinto il forte avanzo commerciale della Germania che rappresenta, oggi, sia la sua forza maggiore sia la sua reale debolezza.

Oggi i teutonici sono sotto i riflettori per lo scandalo relativo al “dieselgate” di Volkswagen, che peserà non poco sui dati economici tedeschi, o per le criticità di Deutsche Bank, che rappresenta il vero motore finanziario dello stato, ma il vero pericolo, deriva dall’esposizione sbilanciata di tutto il sistema economico verso l’export. La situazione di crisi di domanda europea, che comunque rappresenta il principale sbocco dei prodotti tedeschi, e la situazione mondiale, con il rallentamento dei mercati asiatici, Cina in primis, e di tutto il panorama dei BRICS, non permetteranno sicuramente il mantenimento dei volumi passati causando un rallentamento nella produzione e costi maggiori per il mantenimento nei magazzini dell’invenduto. La locomotiva tedesca, insomma, tira i freni.

Il mercato interno di una nazione è, infatti, il principale strumento di consolidamento del sistema economico interno, rendendo produzione e crescita meno dipendenti da shock esogeni, cosa che in Germania non hanno considerato e che, probabilmente, causerà una nuova stagnazione interna se non una recessione nel futuro prossimo.

 

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