Lo spread scende a 100 punti. Renzi esulta: “Non accadeva da anni” Cala ancora il differenziale tra Btp e Bund, il premier: "Le riforme vincono sull'ostruzionismo". Crolla anche la deflazione

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lo spread cala

La buona notizia arriva alla chiusura di Piazza Affari, lo spread tra Btp e Bund scende a quota 100, la più bassa da cinque anni a questa parte. In realtà per gran parte della giornata il differenziale era anche calato oltre quella soglia, salvo poi rialzarsi sul finire. Ma il risultato è importante, segno che il nostro debito e i conti statali non spaventano più gli investitori. “Oggi lo spread è sceso sotto i 100 punti e non accadeva da anni – ha esultato su Facebook Matteo Renzi – ieri l’Istat ci raccontava che il clima nel Paese sta cambiando: a febbraio l’indice di fiducia delle imprese raggiunge il valore più alto da gennaio 2011 e quello dei consumatori addirittura da giugno 2002. Sono piccoli segnali ma importanti, come pure i mutui, le assunzioni a tempo indeterminato con il JobsAct (mille solo a Melfi) e le riforme che vincono l’ostruzionismo. Per questo – dichiara il presidente del Consiglio – abbiamo una grande responsabilità: dobbiamo coltivare questa fiducia, prendercene cura”. Questo calo, iniziato in realtà da alcune settimane si traduce in vantaggi concreti per l’Italia e sopratutto per uno dei talloni d’Achille del nostro Paese, proprio quel debito pubblico che ormai da tempo viaggia sui 2 mila miliardi di euro.

Per quest’anno il governo ha previsto nella nota di aggiornamento al Def presentata a fine dello scorso settembre un aumento del debito al 133,4% del Pil, contro il 131,6 calcolato per il 2014. In autunno lo spread viaggiava però in media sui 150 punti, con picchi nel mese di ottobre anche di 200 punti base, ed un tasso di rendimento compreso tra il 2,7% e il 2,3%. Oggi la situazione è profondamente cambiata: lo spread ha perso circa 50 punti base e, soprattutto, il tasso di rendimento è crollato ai minimi storici dell’1,3%. Ottime notizie per i nostri conti pubblici. La Banca d’Italia stima infatti che una riduzione di 100 punti base della forbice corrisponda mediamente ad un risparmio di circa 0,2 punti percentuali di Pil nel primo anno, di 0,4 nel secondo e di 0,5 nel terzo. In pratica i 50 punti persi dalla presentazione della Nota di aggiornamento al Parlamento corrispondono quest’anno a circa 1,5-2 miliardi di risparmi. Apparentemente una goccia nel mare del nostro debito, ma comunque un tesoretto in più che si somma ai 5 miliardi stimati dal Tesoro come risparmio per il 2014 e ai proventi delle privatizzazioni, come l’ultima de 5,7% Enel, tutti destinati allo stesso fine.

Se il confronto viene fatto con il 2011 il vantaggio è quasi clamoroso. Al tempo dell’ultimo governo Berlusconi, prima dell’arrivo di Mario Monti a Palazzo Chigi, lo spread ha toccato il massimo assoluto di 575 punti base. Rispetto ad allora, l’Italia pagherà fra i 15 e i 20 miliardi di euro di interessi in meno. In realtà, la correlazione tra spread e spesa del Tesoro non è così ovvia e immediata. Lo spread è infatti innanzitutto un differenziale, che può scendere sia per un calo dei tassi di interesse praticati sul debito italiano (che è ciò influisce realmente sulle casse dello Stato), sia per un aumento dei rendimenti tedeschi (evento decisamente più raro ma il cui impatto sarebbe nullo per i conti pubblici italiani). Al Tesoro non importa inoltre l’effetto positivo sullo stock di debito esistente (già collocato in asta) ma l’impatto sulle emissioni programmate per il 2015: è su quei titoli che si potrà risparmiare, vendendoli agli investitori ad un prezzo più alto e con un rendimento più basso.

Buone notizie anche sul fronte della deflazione in calo al -0,2% annuo a febbraio, secondo le stime preliminari dell’Istat. Infatti, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,3% su base mensile e segna un calo su base annua pari allo 0,2%, meno ampio rispetto a gennaio (-0,6%). L’attenuazione della flessione su base annua dell’indice generale è dovuta in primo luogo alla netta ripresa dei prezzi dei Vegetali freschi (+11,2%, da -1,7% di gennaio); contribuiscono poi l’accelerazione della crescita tendenziale dei prezzi dei Servizi relativi ai Trasporti (+1,4%, da +0,3% di gennaio), l’inversione di tendenza di quelli dei Tabacchi (+3,7%, da -0,4% di gennaio) e il parziale ridimensionamento del calo su base annua dei prezzi degli Energetici non regolamentati (-12,8%; era -14,0% il mese precedente)”, continua l’Istat. ”Al netto degli alimentari non lavorati e dei beni energetici, l’inflazione di fondo sale a +0,6% (da +0,3% di gennaio); al netto dei soli beni energetici si porta a +0,7% (era +0,3% il mese precedente). Il rialzo mensile dell’indice generale è da ascrivere principalmente all’aumento dei prezzi dei Vegetali freschi (+8,2%) – condizionati da fattori stagionali – e di quelli dei Tabacchi (+4,1%); un contributo all’aumento viene inoltre dal rialzo dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+0,8%), anch’essi in parte influenzati da fattori stagionali.

L’inflazione acquisita per il 2015 è pari a -0,3%. Rispetto a febbraio 2014, i prezzi dei beni diminuiscono dello 0,9% (era -1,5% a gennaio) e il tasso di crescita dei prezzi dei servizi accelera (+0,8%, da +0,5% del mese precedente). Di conseguenza, rispetto a gennaio 2015 il differenziale inflazionistico tra servizi e beni si riduce di tre decimi di punto percentuale”. ”I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dello 0,6% su gennaio e dello 0,7% su base annua (a gennaio il tasso tendenziale era nullo)”, continua la nota. ”Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo  aumenta dello 0,3% su base mensile e fa registrare una ripresa della crescita su base annua (+0,1%, da -0,5% di gennaio).

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