Il giuramento dell’Isis

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capristoPer comprendere l’Isis bisogna rifarsi a una storia che è anche il prodotto di flussi e riflussi del Novecento: colonizzazione e decolonizzazione, fine dell’Impero ottomano, nel 1922 e nel 1924, con la nascita, come si è detto, di nuovi stati nazionali in Medio Oriente, che poi sono risultati estremamente fragili. Il jihadismo si è inserito dentro questa storia e la esaspera fino a inventare o reinventare un califfato, uno Stato islamico, sulle rovine della storia del Novecento.

Sale un brivido freddo, un’enorme paura quando, sugli schermi dei nostri televisori, o guardando Youtube o i social network sui nostri computer o smartphone, la comunicazione elettronica, con la quasi perfetta regia della messa a morte, ci mostra un uomo vestito di nero, esattamente il colore della bandiera del califfato, che brandisce la lama del coltello pronto a mettere fine a una vita, facendoci ripiombare, in quell’istante, nel buio più profondo della storia.

Un vero cortocircuito s’instaura fra ciò che avevamo imparato nei nostri libri, a scuola, e questa tremenda realtà. Allora ci accorgiamo che tutto questo non è invisibile, che ciò che vediamo va oltre la semplice realtà, a tal punto che un sentimento confuso ci fa barcollare fra l’incubo e il significato crudele insito in questa guerra. Inoltre, non abbiamo ancora realizzato che la proclamazione di questo califfato, avvenuta qualche mese fa, va ben al di là di una semplice comunicazione politica, di propaganda.

Certo, il Califfato non è riconosciuto dalla comunità internazionale e, inizialmente, gli stessi Paesi arabi non hanno fatto molta attenzione a ciò che stava succedendo. Anzi, lo hanno quasi sottovalutato pensando che si trattasse del solito proclama di un gruppo fondamentalista come i tanti a cui si è assistito in diversi paesi islamici negli anni passati: ad esempio, Algeria, Afghanistan, Somalia e, più di recente, anche Libia e Nigeria.

Si può già affermare che l’Isis è riuscito ad aggregare numerose fazioni del radicalismo islamico che erano antagoniste tra loro. È di poche settimane fa la notizia di gruppi legati ad Al Qaeda come, ad esempio, Aqmi o le tribù beduine del deserto del Negev e del Sinai che hanno prestato giuramento di fedeltà al califfo, mettendo lo stato d’Israele in situazione di crescente allarme.

Dal punto di vista politico, si tratta di un passaggio di notevole importanza, che abbiamo sottovalutato: l’Isis è riuscito laddove gli altri gruppi fondamentalisti e del radicalismo islamico, per anni e anni, non erano riusciti, vale a dire a trasformare il radicalismo islamico in un’istituzione, il califfato, creando così uno stretto rapporto tra territorialità e identità: califfo e califfato. Non è dunque un caso che nella loro comunicazione politica utilizzino spesso l’espressione “Stato islamico” (in arabo al-Dawlah).

La proclamazione del califfo e il successivo giuramento di fedeltà vanno di pari passo con l’istituzione del Califfato e la sua reperibilità territoriale, anche se non definitiva e in estensione (salvo lo scontro che l’Occidente ha ingaggiato per frenare o per eliminare l’Isis).

Carlo Maria Capristo

Procuratore della Repubblica di Trani

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