Tre anni di Odissea

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termentiniFra una settimana, precisamente il 19 febbraio, i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, inizieranno il loro quarto anno di prigionia in India senza che nei loro confronti sia stato prodotto un atto di accusa comprovato. Tre anni trascorsi in ostaggio di Delhi che ha prevaricato e continua a farlo il più elementare diritto dell’uomo, primo fra tutti la limitazione della libertà personale senza che ci sia una sanzione di una Corte di Giustizia. Un arbitrio accettato dall’Italia, accondiscendente e remissiva in questi tre anni, pronta a cedere sovranità nazionale ed a rinunciare alle prerogative che il Diritto Internazionale concede a tutti gli Stati del mondo.

Fino a qualche settimana fa, seppure sporadicamente, arrivava qualche notizia sulla vicenda, poi improvvisamente il silenzio giustificato, sembra, dall’opera silente che dovrebbe essere in corso fra le Intelligence dei due Paesi. Un black-out per non disturbare le parti, quasi si stesse trattando lo scambio di terroristi o malfattori, piuttosto che pretendere i diritti che tutta la comunità internazionale riconosce all’Italia.

Un silenzio voluto e ribadito dallo stesso Presidente del Consiglio e rispettato dall’ex Presidente della Repubblica Capo delle Forze Armate secondo l’articolo 87 della nostra Costituzione, che non ha nemmeno salutato i due militari ostaggio dell’India pur di non rompere la quiete. Solo il nuovo Presidente, il prof. Sergio Mattarella, non ha osservato le consegne del Premier e ha ricordato al Parlamento e all’Italia che il Paese è in debito verso due suoi concittadini militari in servizio, onorando in tal modo l’alto incarico conferitogli dalla Costituzione.

Gli eventi che coinvolgono da tre anni i sottufficiali del battaglione San Marco hanno inizio il 15 febbraio 2012 quando Il 15 febbraio 2012 la Marina emana un comunicato ufficiale, il numero 04, con il quale annuncia: “I fucilieri imbarcati come nucleo di protezione militare (Npm) su mercantili italiani sono intervenuti oggi alle 12,30 indiane, sventando un ennesimo tentativo di abbordaggio. La presenza dei militari della Marina ha dissuaso cinque predoni del mare che a bordo di un peschereccio hanno tentato l’arrembaggio della Enrica Lexie a circa 30 miglia ad Ovest della costa meridionale indiana…”. La Erica Lexie fu autorizzata a fare rientro nelle acque territoriali indiane e ad attraccare nel porto di Koci. Una decisione che di fatto ha dato inizio al susseguirsi di fatti che si trascinano da tre anni fino addirittura all’ipotesi della Corte indiana di arrivare alla pena capitale.

Da quel giorno, infatti, i nostri due militari sono in ostaggio dell’India ed in regime di libertà provvisoria, senza che New Delhi abbia mai formalizzato nei loro confronti un atto di accusa suffragato da prove certe ed inconfutabili. L’unica cosa sicura è che in un tratto dell’Oceano indiano sono morti due pescatori indiani uccisi da colpi d’arma da fuoco di calibro diverso di quelli in dotazione alle Forze Armate italiane.

L’Odissea continua, dunque, a trascinarsi e i mesi passano proteggendo “verità nascoste” che trovano origine dalle decisioni prese dal Governo Monti quel 22 marzo 2013, quando lo Stato – unico esempio nella storia del mondo – consegnò due propri militari in mani “palesemente ostili”. Un’Italia che in quella occasione, a distanza di più di due secoli, ha dimenticato che la “pena di morte non è un diritto, ma è guerra di una nazione contro un cittadino”, come scriveva Cesare Beccaria in “Dei delitti e delle pene”.

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